Tre. A proposito del tempo.


Ieri mia madre si è dedicata al cosiddetto cambio di stagione. Significa sostituire tutti gli indumenti pesanti e invernali con quelli freschi ed estivi, o viceversa. Per me vorrebbe dire solo cambiare cassetto: invece di dare un’occhiata agli ultimi due vado in cerca di qualcosa da mettere aprendo quello centrale e le ante laterali, dopo aver fatto alcuni scambi. Almeno così era fino a un po’ di tempo fa, poi ho scoperto che la roba non entrava più e allora son dovuto ricorrere a spazi extra. Morale della favola: il cambio stagione tocca farlo anche a me, sebbene non acquisti abiti da un quinquennio. Negli ultimi anni la statura è rimasta più o meno uguale, lievi aggiustamenti in altezza forse, perciò non ho più avuto necessità di rinnovare il guardaroba. Sarebbe stato superfluo.

Il tempo sembra farsi beffe di noi piccoli esseri umani impegnati nel cambio stagione: dopo una settimana di caldo torrido e di estate anticipata, le temperature si sono abbassate di nuovo a livelli autunnali. È tornata la pioggia, il vento, il pallore del mattino, la giacca notturna a maniche lunghe. A me il rumore della pioggia piace, però mi sa di anacronistico. Siamo fuori tempo massimo, il suo manifestarsi è fuori luogo. E soprattutto rende vane le mie fatiche per spostare e ammassare i maglioni, le felpe e i pantaloni invernali in qualche scomparto libero. Ho solo magliette a maniche corte e pantaloncini a portata di mano, vorrei poterli sfruttare. Speriamo arrivi l’estate. E le vacanze, soprattutto.

Quando mia madre fa il cambio stagione, ci impiega almeno un pomeriggio intero. Le piace fare le cose con calma e precisione. O forse è lenta di suo, ho sempre avuto questo dubbio. Io sono frenetico. Agitato. Maldestro. Rumoroso. Spesso teso come una corda di violino. Sarà il periodo, saranno i pensieri, sarà questo tempo che non si capisce, sarà carattere, saranno gli esami. Insomma, a un certo punto mi chiama per farmi vedere una cosa. Poggia a terra una scatola rossa ricoperta da un lieve strato di polvere, la apre e tira fuori un minuscolo abito bianco. Be’ tanto piccolo non era, avvicinandomi sembra piuttosto lungo, forse c’è uno strascico. Ha dei fiorellini ricamati sul davanti, lungo le maniche e vicino le asole dei bottoni. È tutto bianco, bottoni compresi, forse per simboleggiare purezza e candore. Read More

Numero due.


È strano il numero due. Viene dopo l’uno e prima del tre. Analizzando tale ovvietà, in una scala da uno a cinque, due quinti cominciano ad essere una quantità considerevole rispetto ad un quinto, perché più vicini all’unità. In una scala da uno a dieci e valutando in percentuali, il 20 per cento spalanca le porte al 30 per cento mortificando il 10 per cento. Fossi nei panni del due, soffrirei di una certa ansia da prestazione. Un sequel deve sempre fare i conti con il capostipite, che sia un film, un libro inserito in una trilogia o un semplice secondo tomo, oppure un secondo album di inediti o la replica di uno spettacolo. La seconda volta non è mai come la prima volta, è difficile surclassare il gusto della novità. E quindi si osa, si inventa, si tenta, ci si spreme per dar vita a un seguito che sia memorabile.

Un secondo capitolo.

Il secondo giorno di vacanza.

La seconda fetta di torta.

Una seconda canzone.

Il tatuaggio numero due.

Un secondo amore.

Due figli.

Due cani.

Laurea numero due.

Il secondo post di un blog.

Due passi.

Il secondo classificato. Ah no questo non vale. La gara è gara. 

La convenzione ha stabilito che l’ordine logico cronologico e sequenziale di come funzionano le robe si basasse su un inizio dato dall’uno seguìto dal numero due. Pura casualità semantica decisiva per il concetto svincolato dal significante. Poteva esserci qualsiasi altra parola composta di tre lettere al posto di due, il significato non sarebbe cambiato. Proprietà transitiva. A cui segue la proprietà commutativa, seconda ad essere citata e decisamente denigrata dal fascino della prima. Il tema di questo contenitore di pensieri non c’è e nemmeno un argomento specifico a cui fare riferimento, è un blog qualsiasi con parole qualsiasi ed un flusso di coscienza joyciano qualsiasi dove il filo conduttore è il puro prodotto astratto concepito da una mente ignara della successione logica e cronologica (si prenda fiato). Il numero due perde di ogni valore e la ragione è in grado di distruggere qualsiasi certezza per un mero interesse speculativo. Potremmo incastrarci sul senso delle cose e costruire un universo basato semplicemente sulla teoria. Read More

Primo.


Grigio, oggi è tutto grigio, e un pgullso’ grigio mi sento anch’io.

Dovrei studiare, non mi va. Banale, banale come il titolo di questo post, solo perché è il primo che scrivo, solo perché ci sono tanti altri scrittori più bravi di me e tanti altri che fanno più schifo di me. Banale come un foglio imbrattato di pensieri casuali o come una nota scritta sul proprio cellulare, dato che ormai le pagine di diario si riempiono di polvere in tutti i cassetti. Banale come la categoria “uncategorized”. Banale come la morte.

Non sono il primo né l’ultimo che scrive, non sono il primo né l’ultimo a credersi diverso, in fondo siamo in tanti a volere gli applausi, ad essere pervasi dalla brama di apprezzamento, di accettazione e di riconoscimento della nostra autoreferenzialità. Onori e gloria, come gli antichi Romani, onori e gloria per l’eternità. Non siamo cambiati. Non sono cambiato. In realtà sì lo sono. Di anni ne ho 22 – ancora per poco -. Al liceo ero una persona diversa, o meglio, oggi sono una persona diversa da quel che ricordo. Mi piace credere che sia migliore di un tempo. Che sia cresciuto.

Ho 22 anni e questo font di scrittura utilizzato nei blog di WordPress è così banale. Ne ho quasi 23 e ho sempre posseduto una natura malinconica; ché poi possedere qualcosa che si è è un po’ un controsenso, non trovate? Non sono depresso, forse lo sono stato, forse lo sarò ancora, ma nulla di patologico: le classiche fasi di transizione che uno attraversa durante la propria adolescenza, periodi, momenti, scoperte, consapevolezze. La crisi come substrato per la soluzione. Capire chi si sta diventando, che tipo di persona siamo stati e che cosa siamo. Chi siamo, cosa potremmo essere, cosa saremo. La domanda giusta, invece di una risposta. Quanto sono banale. Mi piace pensare di essere una brava persona, anche se in questo mondo di merda ben poco puoi dare per scontato.

Siamo a maggio e oggi è una giornata grigia, e io dovrei studiare perché la sessione esami è abbondantemente iniziata. Mi presento, sono D, vivo la mia vita come un film o forse mi piacerebbe che lo fosse. Potete leggere qualcosa in più nella sezione about (c’è anche la presentazione in inglese, per fare un po’ il fico). Desidero l’intensità, le sensazioni che mi lasciano il sapore di un qualcosa che resta mi appagano. Mi piace essere alternativo e scadere nella banalità più assurda estremizzando il mio anticonformismo. Mi avverto come persona complessa, in cerca di qualcosa da dire. In cerca di ali che ho già sulla schiena. In cerca di una favola. Qualcosa da raccontare.

Adesso mi avvicino al cielo grigio, grigio come i gabbiani. Che sopra le nuvole ci sia il sole è una certezza matematica, tutto sta nello sbattere le ali.

E allora sbattiamo le ali, per un po’ di colore.

D.


Soundtrack