Numero due.

È strano il numero due. Viene dopo l’uno e prima del tre. Analizzando tale ovvietà, in una scala da uno a cinque, due quinti cominciano ad essere una quantità considerevole rispetto ad un quinto, perché più vicini all’unità. In una scala da uno a dieci e valutando in percentuali, il 20 per cento spalanca le porte al 30 per cento mortificando il 10 per cento. Fossi nei panni del due, soffrirei di una certa ansia da prestazione. Un sequel deve sempre fare i conti con il capostipite, che sia un film, un libro inserito in una trilogia o un semplice secondo tomo, oppure un secondo album di inediti o la replica di uno spettacolo. La seconda volta non è mai come la prima volta, è difficile surclassare il gusto della novità. E quindi si osa, si inventa, si tenta, ci si spreme per dar vita a un seguito che sia memorabile.

Un secondo capitolo.

Il secondo giorno di vacanza.

La seconda fetta di torta.

Una seconda canzone.

Il tatuaggio numero due.

Un secondo amore.

Due figli.

Due cani.

Laurea numero due.

Il secondo post di un blog.

Due passi.

Il secondo classificato. Ah no questo non vale. La gara è gara. 

La convenzione ha stabilito che l’ordine logico cronologico e sequenziale di come funzionano le robe si basasse su un inizio dato dall’uno seguìto dal numero due. Pura casualità semantica decisiva per il concetto svincolato dal significante. Poteva esserci qualsiasi altra parola composta di tre lettere al posto di due, il significato non sarebbe cambiato. Proprietà transitiva. A cui segue la proprietà commutativa, seconda ad essere citata e decisamente denigrata dal fascino della prima. Il tema di questo contenitore di pensieri non c’è e nemmeno un argomento specifico a cui fare riferimento, è un blog qualsiasi con parole qualsiasi ed un flusso di coscienza joyciano qualsiasi dove il filo conduttore è il puro prodotto astratto concepito da una mente ignara della successione logica e cronologica (si prenda fiato). Il numero due perde di ogni valore e la ragione è in grado di distruggere qualsiasi certezza per un mero interesse speculativo. Potremmo incastrarci sul senso delle cose e costruire un universo basato semplicemente sulla teoria.

Il problema della mente è il rischio di perdere contatto con la realtà. Di dissociarsi dal mondo e ritrovarsi persa in un mare di solitudine. Rischio che viene evitato spegnendo il nostro cervello in quanto il sistema richiede una nostra azione o decisione. Dormire, svegliarsi, lavorare, studiare, fare sesso, parlare con le persone, parlare di cose inutili, il mondo continua a riempirci di stimoli per mantenerci ancorati alla terra che può essere percepita da tutti i nostri sensi. Perciò il sistema nervoso riceve e integra impulsi dall’ambiente per restituire una riga di comando e ridurre al minimo la capacità di astrazione. Quando la mente fugge dalle impostazioni predefinite, quando ci fermiamo perché avvertiamo l’esigenza di pensare o semplicemente quando non abbiamo un cazzo da fare, un insieme random di concetti e associazioni di idee compare con convinzione.

Altrimenti non avrei mai elucubrato sul numero due. E non avrei mai immaginato di inserire questo due in un sistema di paragone costituito da due elementi in cui il secondo elemento è il numero tre. Il due è la variabile numero uno e il tre la variabile numero due, fine. Quindi il numero due ha un po’ di due e un po’ di uno in sé, confrontato con il tre. Affascinante no? Nel sistema abbiamo due variabili x e y unite da una relazione di successione. I nostri paragoni sono sempre relativi, x si identifica sempre in un qualcosa “rispetto a y“. Ed è il relativismo che ci permette di contestualizzare e di tenerci fedeli al reale. La comparazione. Il confronto. La prospettiva. Parentesi graffa.

Questo ci porta all’ascesa, alla tensione, al tendersi verso qualcosa, all’allungarsi in punta di piedi a far sì che il numero due faccia valere i suoi due quinti rispetto a un quinto, a far sì che l’esperienza dimostri più saggezza. Ad impegnarsi, nella realtà, per fare qualcosa di più buono, per sentirsi più soddisfatti di se stessi e degli altri rispetto a prima, per muoversi di un movimento mai fine a se stesso (ho usato fin troppe virgole, metto un punto va’. Eccolo.). Per trovare il senso al secondo giorno, dal momento che l’uomo è così terrorizzato dalla brevità del tempo che gli è stato concesso.

Perché la vita numero due non c’è, e questa è l’unica fregatura.

Giorno due della settimana: oggi potrei fare meglio di ieri. Oppure peggio, dato che il primo giorno viene prima e parte avvantaggiato. Ovviamente non è necessario che la settimana parta obbligatoriamente dal lunedì. Magari facciamo da sabato a sabato, o da mercoledì a mercoledì. Altrimenti da giovedì a domenica e chi se ne fotte del resto.

D.

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