(Streben) Happiness is a state of mind. Settimo.



Non c’è niente di meno eterno della felicità.

La felicità è uno stato della mente. Lo è anche la malinconia, la tristezza, lo sconforto. Lo stato della mente è un’entità dinamica, cambia sempre, sempre muove, sempre muta. Sempre nuova. Mai immobile.

Sebbene il termine stato possa far pensare ad un qualcosa di stabile e duraturo, non c’è niente di meno eterno della felicità. Stato non è participio passato del verbo “stare”, né res publica su cui nominalmente si basano molti paesi e governi della Terra, né posizione ferma, né espressione di assetto giuridico. Non ci sono radici piantate nel terreno per un concetto così volubile, lo stato è una condizione, una ragione, un’idea giusto? Dobbiamo metterci nelle condizioni di essere felici e costantemente tesi verso il benessere, pronti ad aggrapparci con le unghie e con i denti e a riposizionarci dopo ogni folata di vento. L’idea della felicità è sopravvalutata… Stratificata, sedimentata e ripiena di filosofia. La felicità ha carattere di contingenza e di situazione che può presentarsi una, due, cento volte nella vita. Quand’è che ci sentiamo felici? Quando tutto va bene, quando tutto è nel verso giusto? Spesso si confonde la felicità con la perfezione, con l’assenza di difetti, con la mancanza di nei. Si equivoca con il riso e il sorriso, il prezzo di una barzelletta. La felicità si scambia con la serenità. Si baratta con l’assenza di preoccupazioni. Ha un significato soggettivo e personale, ognuno dice qualcosa di diverso, oppure non dice niente, una risposta mai identica alla domanda “cos’è la felicità?”, la domanda profonda e ricorrente che l’uomo si pone da millenni. Una delle tante, per una risposta mai data. Temporeggiamo. Con roba tipo “qual è il senso della vita?” nessuno risponde perché fondamentalmente non sappiamo un cazzo. Read More

L’ultimo giorno di scuola. 



La mattina sembra una mattina come tante altre. Ci si sveglia presto, ci si prepara, maglietta rigorosamente a maniche corte. Qualcuno azzarda un paio di pantaloncini, le ragazze una canottiera, sperando di non incappare nelle ire di qualche insegnante particolarmente vecchio stampo. Il tragitto verso scuola è identico a tutti gli altri, rumoreggia il traffico del primo mattino di un giorno in mezzo alla settimana mentre il sole inizia la sua parabola in cielo. Si sta ancora freschi. Il cancello di scuola è aperto e immobile come sempre, il cambiamento lo percepisci solo nell’aria e sui visi degli altri studenti. Gli zaini mezzi vuoti sono appesi su una spalla come un paracadute afflosciato dopo l’atterraggio. Il chiacchiericcio è più forte, i sorrisi più larghi, gli occhi più vispi, le mani gesticolano di più e l’aria è più frizzante. L’ultimo giorno di scuola è una promessa di libertà e di riposo, di un nuovo inizio. Ad eccezione dei poveri maturandi, l’estate è arrivata per tutti gli studenti, e quindi mare, sole, ozio, vacanze, dormire poco, andare a letto tardi e uscire la sera in barba ai compiti per le vacanze che tanto nessuno farà.

C’è chi tenta inutilmente di spiegare durante l’ultimo giorno di scuola, magari qualche insegnante ritardatario che non ha terminato il programma, chi di anticiparsi un argomento dell’anno successivo (la follia più totale), chi di correggere i compiti, ho sentito anche narrare leggende di qualcuno che è stato interrogato per il voto decisivo. Per lo più, l’ultimo giorno di scuola è un’occasione di ritrovo per gli studenti, una giornata per parlare e per darsi pacche sulle spalle, per abbandonare l’aula e camminare per i corridoi senza essere ripresi, o sfuggendo alle annoiate proteste dei bidelli. Un giorno per capire di essere sopravvissuti ad un altro anno scolastico e che nel bene e nel male è tutto finito. Le porte delle classi sono aperte, dalle finestre entrano i rumori di chi gioca a pallavolo ad educazione fisica, una leggera aria fresca e i prodromi di un breve acquazzone estivo. I corridoi e le scale offrono passaggio a gruppi di studenti ciondolanti, a qualche anima solitaria che passeggia, ad una coppia che si scambia un bacio furtivo, a qualche professore con il registro sotto braccio, chiuso, archiviato. Il dado è tratto. Qualcuno si mette d’accordo per organizzare una cena di classe, perché quando la scuola finisce è una gran festa ed è giusto celebrarla. Qualcuno si abbraccia, qualcuno suona la chitarra, qualcuno ha portato qualcosa da mangiare per la gioia dei compagni.

Qualcuno piange, si asciuga le lacrime con il dorso della mano. In genere si tratta di studenti del quinto che dopo 5 anni dentro quelle mura a settembre non vi faranno ritorno, perchè li aspetta l’università, o il lavoro, o comunque un ambiente diverso. In quel caso la scuola è finita davvero. Per sempre. Io non piansi l’ultimo giorno del liceo, ma ricordo una tristezza e una nostalgia che stonavano un po’ con la maggioranza dei sentimenti connessi con la giornata. Una nostalgia che avrei dovuto provare dopo qualche settimana o un paio di mesi, o mai, e invece eccola lì: un piccolo macigno sul cuore. 5 anni sono tanti. I grandi dicono che si tratta del periodo più bello della tua vita, soltanto che lo capisci dopo. Sempre, irrimediabilmente, tragicamente, dopo. Read More

V. Quando all’alba nasce l’arte.


Dance first, think later.

Ballare danzare sono due parole che non renderanno mai il concetto se pronunciate con leggerezza. Non trasmetteranno mai tutto il significato che io attribuisco al movimento sulla musica e con la musica. Non potranno scorrervi nelle vene alla velocità con cui lo fanno nelle mie. Non saranno mai in grado di parlarvi all’orecchio, e di toccarvi il cuore. Perché questo fa la danza con me, mi tocca il cuore e me lo muove. Mi parla e mi sussurra confidenze, mi abbraccia e non lascia mai la mia mano. Comunica in un linguaggio che conosco solo io, ritmi passi e tempi, la musica è lo strumento con cui rivela i suoi segreti. Danzare è un rituale, una forma d’arte nata all’alba. Dall’esigenza di contare le stelle scomparse all’orizzonte è nato il movimento, dallo scalpiccio dei piedi sulla terra è nata la musica che lo accompagna. Il tramonto era ieri, il tramonto è già passato, il tramonto è già lì. La danza si serve delle dita, delle mani, dei piedi, delle gambe, delle braccia, della schiena, del volto, della pancia, per esprimere il senso del sole che sorge. Si fonde con la musica per creare energia e propagarla nello spazio e nel tempo anche in assenza di mezzo. Un saluto al mattino, una carezza al buio della notte che scivola via. Si apre il sipario, lo spettacolo inizia.

Nei pochi secondi che precedono l’inizio di una coreografia, c’è il silenzio che solo gli altri possono percepire. Il cuore pompa velocemente sangue in corpo e nelle mie orecchie c’è il frastuono delle pulsazioni accompagnato da un vortice di rumori. Io il silenzio non lo sento. Sento le mie emozioni. Sento il mio respiro affannato, un atto automatico compiuto involontariamente che passa così inosservato da esistere appena. Eppure in quel momento sento che sto respirando. L’aria invade i polmoni, le spalle si sollevano quasi convulsamente. Il sudore mi cola sulla fronte e sul naso, prude… poi la prima nota.

Tutto è nato con l’hip hop. Ad essere sinceri, questo accadde una decina di anni fa e ho dimenticato quale fu il motivo per cui decisi di cominciare a ballare. Del tutto dimenticato. Forse fu per caso, forse fu per un video, o per una canzone, forse fu istinto, naturale prosecuzione del camminare. Forse, rivisitando una citazione di Nietzsche, da quando ho imparato a camminare mi piace ballare. Forse fu una crew vista in TV o ad uno spettacolo a teatro. Non ricordo, in dieci anni è accaduto tanto e la danza è stata semplicemente il prolungamento di un mio braccio. Naturale, giusta, fedele. In tutto questo tempo ho avuto due cuori che battevano nel mio petto. Tutti sappiamo cosa significhi avere una passione che vada al di là di un semplice pretesto per passare il tempo. Le molecole del nostro corpo vibrano ed entrano in risonanza con i suoni attorno a noi, l’aria stessa si incrina e la gioia scorre liquida uscendo dai nostri occhi e scendendo sulle guance, sul viso, sul mento. La felicità che deriva dal perseguire la propria passione è impagabile. Read More

4. Imprese impossibili.


 

Sapete, noi dovremmo essere la generazione multitasking. Sì, quella che fa tremila cose tutte insieme e le segue contemporaneamente assicurandosi che vadano a buon fine. Perseguire obiettivi, spuntare una voce della to-do list, completare incarichi e rivolgere la propria attenzione ad una pluralità di situazioni nello stesso momento. Tecnicamente questo è possibile con una buona ripartizione delle risorse di sistema distribuite in base ad una scala di priorità, con un costante lavoro su più binari. Come se fossimo un computer, avviamo una serie di programmi nel giro di pochi secondi e li manteniamo aperti suddividendo equamente la nostra capacità di concentrazione, o livellandola in base ad un ordine preferenziale. Due modi che in realtà nascondono una incompatibilità di fondo, in quanto diametralmente opposti. La preferenza implica l’assenza della risoluzione istantanea di più problematiche, che invece sarebbe fantastico poter ottenere: mentre una porzione del nostro cervello risolve un problema, l’altra lavora per trovare la soluzione al successivo, e una terza l’ha già trovata per quello dopo. Possiamo illuderci che questo accada, vero?

Effettivamente, la chiave di volta è proprio l’importanza e l’urgenza delle questioni. Diciamoci la verità, per quanto cerchiamo di apparire fighi affermando di essere in grado di fare davvero più cose insieme, soltanto Dio ha questa abilità. Magari ci spostiamo freneticamente da una situazione ad un’altra, di palo in frasca, dalla padella nella brace, con il salto della quaglia, ma in quei pochi secondi soltanto un problema alla volta occupa la nostra mente e consuma le nostre risorse. Donne, potete davvero fregiarvi del titolo di multitasking? Quando fate più cose insieme riuscite a portarle avanti con la stessa attenzione e partecipazione? Indubbiamente questo accade, a volte. Indubbiamente. Magari per le piccolezze. Ma il punteggio di importanza a conti fatti ha la meglio nella vita quotidiana, perciò quando svolgiamo un compito disattiviamo tutte le notifiche inerenti agli altri compiti e stabiliamo una scala di priorità. L’ordine preferenziale è sostanzialmente incompatibile con la funzione di contemporaneità. Incredibile! Read More