L’ultimo giorno di scuola. 


La mattina sembra una mattina come tante altre. Ci si sveglia presto, ci si prepara, maglietta rigorosamente a maniche corte. Qualcuno azzarda un paio di pantaloncini, le ragazze una canottiera, sperando di non incappare nelle ire di qualche insegnante particolarmente vecchio stampo. Il tragitto verso scuola è identico a tutti gli altri, rumoreggia il traffico del primo mattino di un giorno in mezzo alla settimana mentre il sole inizia la sua parabola in cielo. Si sta ancora freschi. Il cancello di scuola è aperto e immobile come sempre, il cambiamento lo percepisci solo nell’aria e sui visi degli altri studenti. Gli zaini mezzi vuoti sono appesi su una spalla come un paracadute afflosciato dopo l’atterraggio. Il chiacchiericcio è più forte, i sorrisi più larghi, gli occhi più vispi, le mani gesticolano di più e l’aria è più frizzante. L’ultimo giorno di scuola è una promessa di libertà e di riposo, di un nuovo inizio. Ad eccezione dei poveri maturandi, l’estate è arrivata per tutti gli studenti, e quindi mare, sole, ozio, vacanze, dormire poco, andare a letto tardi e uscire la sera in barba ai compiti per le vacanze che tanto nessuno farà.

C’è chi tenta inutilmente di spiegare durante l’ultimo giorno di scuola, magari qualche insegnante ritardatario che non ha terminato il programma, chi di anticiparsi un argomento dell’anno successivo (la follia più totale), chi di correggere i compiti, ho sentito anche narrare leggende di qualcuno che è stato interrogato per il voto decisivo. Per lo più, l’ultimo giorno di scuola è un’occasione di ritrovo per gli studenti, una giornata per parlare e per darsi pacche sulle spalle, per abbandonare l’aula e camminare lungo i corridoi senza essere ripresi, sfuggendo alle annoiate proteste dei bidelli. Un giorno per capire di essere sopravvissuti ad un altro anno scolastico e che nel bene e nel male è tutto finito. Le porte delle classi sono aperte, dalle finestre entrano i rumori di chi gioca a pallavolo ad educazione fisica, una leggera aria fresca e i prodromi di un breve acquazzone estivo. I corridoi e le scale offrono passaggio a gruppi di studenti ciondolanti, a qualche anima solitaria che passeggia, ad una coppia che si scambia un bacio furtivo, a qualche professore con il registro sotto braccio, chiuso, archiviato. Il dado è tratto. Qualcuno si mette d’accordo per organizzare una cena di classe perché quando la scuola finisce è una gran festa ed è giusto celebrarla. Qualcuno si abbraccia, qualcuno suona la chitarra, qualcuno ha portato qualcosa da mangiare per la gioia dei compagni.

Qualcuno piange, si asciuga le lacrime con il dorso della mano. In genere si tratta di studenti del quinto che dopo 5 anni dentro quelle mura a settembre non vi faranno ritorno, perchè li aspetta l’università, o il lavoro, o comunque un ambiente diverso. In quel caso la scuola è finita davvero. Per sempre. Io non piansi l’ultimo giorno del liceo, ma ricordo una tristezza e una nostalgia che stonavano un po’ con la maggioranza dei sentimenti connessi con la giornata. Una nostalgia che avrei dovuto provare dopo qualche settimana o un paio di mesi, o mai, e invece eccola lì: un piccolo macigno sul cuore. 5 anni sono tanti. I grandi dicono che si tratta del periodo più bello della tua vita, soltanto che lo capisci dopo. Sempre, irrimediabilmente, tragicamente, dopo.

L’ultimo giorno di scuola di tutti gli anni ho cercato di salutare e parlare con più persone possibili, di fare un cenno a tutte le nuove conoscenze e di abbracciare tutte le persone a cui avevo finito per affezionarmi. In cerca di contatto e di calore umano, di consolazione, perchè se vogliamo dire la verità l’ultimo giorno di scuola è un giorno triste. Prima dell’ultimo anno la sera si prova sollievo perché a settembre si è di nuovo tutti in classe, per uno strazio che in fondo ce ne fa passare di tutti i colori, ma ci diverte e ci piace e ci forma. E ti godi l’estate, il tempo libero e le tue certezze. All’ultimo anno quel sollievo non lo provi più. Ora che ci penso bene, anche se non piansi, avevo il cuore colmo di emozioni, la pancia contratta e i muscoli facciali irrigiditi; sentivo che sarei potuto scoppiare da un momento all’altro. Forse le lacrime le ho trattenute, per non farle straripare dall’argine, per non far crepare la diga del mio cuore. Feci un video per la mia classe, con foto raccolte qua e là, canzoni, qualche pensiero scritto. Forse nessuno se lo aspettava da me, forse nessuno si aspettava che fossi proprio io a farlo, forse nessuno si aspettava una commemorazione del genere. Fu un video emozionante da guardare. Credo che tutti ne furono felici e io percepii per la prima volta una sorta di connessione con tutto il gruppo classe. Meglio tardi che mai. Ad oggi non sento e non rivedo quasi più nessuno, ma tant’è. Questa è la vita, e persone nuove si conoscono sempre.

L’ultimo giorno di scuola avrei voluto che la campanella non suonasse mai. L’ultima campanella della mia vita, un suono tanto odiato quanto amato che aveva scandito a lungo i tempi delle mie giornate. Il ritardo alla prima ora, il compito in classe, la ricreazione, la fine della ricreazione, l’ora di buco, l’ora di educazione fisica, il momento di andare in bagno (in realtà il momento di una passeggiata), l’ultima ora, il salvataggio dall’interrogazione, l’uscita, e la libertà. La paura degli esami di maturità mi metteva addosso un po’ di tensione, ma il sentimento prevalente era la tristezza mista ad un senso anticipato di nostalgia. 5 anni: pesano sull’anima che hanno contribuito a plasmare e sul carattere che hanno aiutato a formare. Io sentivo il peso di tutto questo e sentivo anche il peso della fine. La malinconia dell’addio. Purtroppo non puoi controllare l’inarrestabile scorrere del tempo: la campanella prima o poi suona.

Da lontano vedo già qualche compagno che si è sistemato vicino al cancello della scuola, con bottiglie piene d’acqua, secchi e palloncini rimediati all’ultimo secondo. Tra pochi minuti si scatenerà una guerra di gavettoni, una sorta di tradizione dura a morire che i presidi hanno provato in tutti i modi a scoraggiare. Chi non è armato, scappa, e qualcuno già si è allontanato in modo furtivo, perdendosi tutto il divertimento. La battaglia si scatenerà prima nel cortile della scuola, poi proseguirà attraverso il cancello e lungo la strada che scende verso la piazza principale, per poi spostarsi e diffondersi a macchia d’olio nelle vie e nelle piazzette di tutto il paese.
Ultima ora in questo liceo, sono quasi incredulo.
Raduno le poche cose che ho nello zaino e tiro fuori una bottiglia rubata da casa. Vado in bagno e apro il rubinetto del lavabo. I corridoi ora sono semivuoti, tutti gli studenti si stanno preparando per uscire. Mi mancherà tutto questo. Semplicemente, mi mancherà.

È il momento di prepararsi. Per qualche ora potrò dimenticare tutto e mettere da parte la malinconia. Bagnare più gente possibile. Ridere. Correre, lanciarmi fuori da questo posto senza guardarmi alle spalle e senza volgere un’ultima occhiata al mio liceo. In fondo, ho ancora l’impressione che a settembre saremo di nuovo tutti qui. Come se non fosse l’ultimo anno. Come se non fosse un addio. A settembre torneremo di nuovo qua dentro, vero?

La campanella suona.

____________

Ancora oggi, non so cosa darei per varcare quel cancello. Un’altra volta, un altro anno. Ancora. Avere 18 anni e la voglia di mangiare la vita a morsi. Fatemi tornare indietro, ridatemi il liceo e la mia isola felice, datemi il tempo di non commettere gli stessi errori, di fare le cose in modo diverso o le stesse cose con una consapevolezza maggiore, per imparare dagli stessi sbagli. Datemi la giovinezza e il tempo di essere felice, perchè da quando ho finito il liceo la vita sembra aver premuto il piede sull’acceleratore. Non so cosa darei per tornare a scuola, per vivermi il primo giorno come se fosse l’ultimo e l’ultimo come se fosse il primo. Per riempire di secchiate d’acqua gli amici e gli studenti che non conosco ma di cui ormai so a memoria la faccia. Per quei gavettoni dell’ultimo giorno. Riportatemi indietro, a quando si può essere spensierati e si riempiono le giornate di cazzate, a quando ci si mette in tiro per una festa, a quando si ha paura di un’interrogazione su cui poi ci si ride su. A quando vedi i fuochi d’artificio esplodere. Fuori, e dentro di te. Perché a settembre sei di nuovo lì, e va tutto bene.

D.

In basso, fotografia dell’ingresso del liceo Ugo Foscolo. La mia scuola.


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3 comments

  1. ehipenny · 18 Days Ago

    È oggi per me quel giorno, e a leggerti mi sono scese le lacrime… emozionante 💚

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