Arrivano le vacanze.


Dopo l’ultimo esame della sessione estiva, ti senti leggero leggero come una nuvola. Dopo un esame come Anatomia Patologica, il sollievo è tale che cammini sospeso a mezz’aria nell’afa di Roma. La contentezza incredula non ti fa badare al caldo e nemmeno al fatto che non fai pipì dalla sera precedente e ti scappa urgentemente rischiando l’esplosione vescicale. Arrivano le vacanze, la dolce nullafacenza e il riposo, e sebbene questa pausa durerà soltanto un paio di settimane, non importa, ora si può scoppiare di gioia. Durante lo studio pre esame la vita sociale si riduce necessariamente al minimo, il minimo indispensabile per potersi distrarre e mettere il naso fuori di casa. Quel tanto che basta per non impazzire. Il grosso della socialità e degli eventi extra universitari si concentra quindi per un motivo o per un altro nei brevi periodi di vacanza e negli intervalli tra un esame e l’altro. Effettivamente questi giorni sono in vacanza più di nome che di fatto. Sulla carta. In pratica sono pieno di cose da fare, ma almeno non devo aprire i libri, e questo mi regala una soddisfazione orgasmica. E poi una vita intensa è una vita che vale la pena, no?

Diario di bordo.

21 luglio. Giorno dell’esame. Orale perfetto, ottimo voto finale, firma e arrivederci. Le vacanze sembravano inarrivabili, non ce la facevo più: la vita di uno studente universitario è ‘na vita de stenti! Per la prima volta dopo mesi sono entrato in una libreria, accompagnato da due cari amici. Io, che fino a qualche tempo fa non facevo altro che comprare libri e leggere (leggere di giorno, leggere di sera, leggere prima di andare a dormire, leggere di notte, svegliarmi di notte e leggere, leggere a colazione, leggere invece di dormire, leggere invece di studiare, leggere invece di parlare, leggere in macchina, leggere su una panchina, leggere al bagno, durante la cacca, leggere ovunque), avevo abbandonato la lettura per mancanza di tempo. L’università è una grande cosa e sicuramente rappresenta una forma di cultura e di arricchimento personale, ma è anche vero che un po’ inaridisce l’animo. Quindi, ho comprato un libro che desideravo da tempo, e sul treno mentre tornavo a casa ho accarezzato le sue pagine e ne ho annusato l’odore. La sera mi aspettava un’esibizione in un locale di Roma, perciò niente pausa né sonnellino pomeridiano.

22 luglio. Primo giorno di mare. Ancora non ci credo che sono in vacanza. Mare calmo, sole, palla, racchettoni, cibo, famiglia. Momenti che nutrono l’anima. Un po’ come i libri.

23 luglio. Un inaspettato funerale. Senza nemmeno farlo apposta, ritorna il tema della morte già protagonista del precedente post. È buffo come nei momenti di tristezza ognuno si trovi da solo con il proprio dolore. Ognuno deve farci i conti e deve capire che cosa rappresenta quel momento. Siamo tutti seduti vicini sulle panche della Chiesa ad ascoltare parole senza senso che di consolatorio non hanno neppure il suono, eppure è come se delle pareti invisibili ci dividessero e dei fili si interponessero per scongiurare il contatto delle nostre spalle ricurve. Siamo isole, che si guardano l’una con l’altra, separate da fiumi e canali. Le mani sono intrecciate e posate in grembo, come se l’unico modo per non cedere al dolore fosse aggrapparsi all’altra metà di sé.

23 luglio – pomeriggio. Una tagliata ai capelli per stare più freschi. Poi arrivano le nuvole leggere come me che portano un po’ di pioggia. Vado a prendere una delle persone più importanti della mia vita e ci facciamo una passeggiata con annessa chiacchierata. Avete presente un fiore che non smette mai di stupirvi perché giorno dopo giorno è sempre lì, con un nuovo petalo, un nuovo colore, un nuovo bocciolo, indenne sotto le intemperie? Ecco. Read More

L’odore dei limoni (primo motivo).


Ho sognato di essere morto. Mi chiedo che cosa succeda, durante la transizione: un momento esisti, un momento dopo non esisti più. Come si fa ad essere consapevoli di non esistere? O meglio, come si fa a non essere consapevoli affatto, si avverte l’ultimo secondo e poi l’oblio? Questo il mio sogno non lo spiegava. È come addormentarsi? Il problema è che non ti svegli più. Che cosa percepisci, che cosa senti, che cosa odori? Durante il passaggio, che cosa si prova? Se davvero è come addormentarsi, allora è semplicemente uno spegnersi improvviso, senza accorgersene. Una mano che copre gli occhi. Una mano che si allunga verso l’interruttore della luce. Una mano premuta sulla bocca. Il cervello ne ha il sentore? Lo prevede e forse ci infonde l’ultimo guizzo di vita. Si tratterebbe del famoso miglioramento pre mortem: un fantasma che aleggia nei racconti degli ultimi istanti di vita di qualcuno, specialmente se si tratta di persone anziane. Chi non ne ha sentito parlare o non ne è venuto a conoscenza? La calma innaturale prima della tempesta. La pausa prima di un salto. Lo spicchio del sole prima che si sgretoli dietro l’orizzonte. E dopo, la rassegnazione. Il corpo si rassegna a morire e il respiro si fa affannoso. E se uno non volesse? Non può fare altro che smettere di combattere. Aspettare. Arrendersi.

Accettare.

Sono terrorizzato dalla morte. Soprattutto, ho paura del momento. Della transizione. Del secondo spaccato in due che divide la presenza dalla scomparsa su questa Terra. Di quello che succede. Ho capito di essere troppo attaccato alla vita per poterla lasciare. Troppo attaccato ai secondi che la mia mente può contare. Non voglio che arrivi il mio ultimo secondo e che si allontani come una foglia nel vento, lasciandosi dietro un corpo vuoto. Non mi basta una vita per essere felice, né per essere soddisfatto di ciò che ho fatto. Non voglio scivolare via, non voglio smettere di essere. Non voglio, e ho paura.

Ho sognato di essere morto. Di una morte cinematografica, spettacolare, da eroe. Non ricordo come, ma è uno di quei momenti che nei film vedi al rallentatore con un silenzio adrenalinico di sottofondo o al massimo i battiti di un cuore. Poi parte una musica straziante, prendendo avvio dalle note di un pianoforte. Si piange. Volti deturpati dal dolore. Non ho sognato il funerale né quante persone sarebbero venute, ho sognato il dopo. Ho sognato i ricordi, le persone che vanno avanti. Il peggio è per chi resta, non per chi se ne va. Ripenso a Ugo Foscolo e alla sua poesia eternatrice; è bello credere che un po’ si continua a vivere dopo la morte nei ricordi delle persone care, nella loro voce e nei loro pensieri. Una dolce illusione, una piccola speranza. La trascendenza dell’anima nel mondo delle idee degli altri.

Ho sognato di essere morto, ma di continuare a essere. Uno spirito errante, privo di materia ma provvisto dei cinque sensi. Era tutto un frutto della mia mente, perché provavo a pizzicarmi il braccio ma non sentivo nulla. « Sto sicuramente sognando. » dirlo ad alta voce me ne dava la certezza. Chi ha stabilito che dobbiamo morire? Chi l’ha deciso? Perché accade? Che stronzata è che la vita si apprezza soltanto perché limitata, che c’è un inizio e una fine perché è così che funziona, che è il ciclo biologico? L’immortalità non può essere apprezzata a sua volta? Quando penso alla morte, mi sale l’angoscia. Non che sia un mio pensiero quotidiano, ma quando succede la giovinezza perde di significato e morire a 90 anni potrebbe voler dire morire domani. Read More

10. I compleanni.


Sapete, ho sempre avuto un problema con i compleanni. Ma non i compleanni in generale. I miei. Con il passare dei lustri sono giunto alla conclusione che il giorno del proprio compleanno è sacro, e la festa lo è ancora di più. È uno dei giorni in cui si è protagonisti, anche della vita degli altri (o meglio, di chi è a conoscenza che è il tuo compleanno e/o è stato invitato ai festeggiamenti). È il giorno in cui si può essere viziati, in cui si può essere coccolati, in cui si può oziare, in cui si può festeggiare, in cui… Forse è un’idea un po’ infantile di compleanno. Una rappresentazione aulica inculcata e seminata nel mio cervello di bambino, che ha messo radici. Ma vedete, il senso della festa è in realtà meno superficiale di quanto si possa credere. Vuole essere un momento di condivisione, un tentativo di esorcizzare le paure della crescita, dello scorrere degli anni e, successivamente, della vecchiaia. Una stupida corsa contro il tempo, o forse con il tempo, preso a braccetto. Sì, con il tempo. Ce lo facciamo amico invece che nemico. La festa vuole essere un momento in cui si sta con la famiglia o con gli amici o con entrambi, con gli affetti. Insieme, nell’insieme. Compleanno è quasi sinonimo di festa di compleanno. È il giorno in cui il tempo rinnova il giuramento di fedeltà che ha sancito con la vita. Un giuramento eterno, contratto a rinnovo annuale. Eterno si fa per dire, non durerà per sempre, ma per tutta la vita. In fondo cos’è l’eternità per noi esseri senzienti finiti nel tempo e nello spazio? Un concetto incomprensibile.

Insomma, il problema nasce nel momento in cui una testa cervellotica di un essere senziente finito e complessato come me si lascia andare. Pensieri a ruota libera. Game over per il pubblico.

Non ho mai avuto l’amico del cuore. Forse qualche amico di infanzia, ma non l’amico d’infanzia che ti porti appresso anche da grande. Non chiedetemi il perché: mi è venuta in mente l’immagine di una persona che viene trascinata carponi con un guinzaglio. Ho sempre faticato a trovare il gruppo. La “comitiva”, la “combriccola”, la “cricca”, e tanti altri termini per definire un’accozzaglia di esseri senzienti finiti e rumorosi con cui stare sul muretto a non combinare nulla per tutta la giornata. A lungo sono stato convinto di essere una persona sola e solitaria. Allitterazione della s, non so se l’avete notato. In realtà non è così, ho solo imparato a stare bene con me stesso, a sopportarmi, a non giudicarmi, a perdonarmi, e c’è voluto del tempo. E poi le amicizie sono arrivate. Superficiali, profonde, semplici conoscenze, persone più strette. Cose normali insomma. But anyway tornando al tema principale del post (oggi giornata di ἔκϕρασις! L’ho detto alla greca, non alla latina, in onore del popolo greco e del referendum); da bambino ho sempre festeggiato. La festa con gli amichetti, i palloncini, i giochi, i regali e le candeline, intendo. Poi ci sono stati anni di pausa, non rammento i motivi. Poi ho ricominciato, al liceo probabilmente. Alcune occasioni. E ogni occasione rappresentava un piccolo dramma interiore, che aveva il gusto di un bruciore di stomaco di prima mattina. Un disagio semi inspiegabile, il giorno stesso della festa (che poteva non coincidere con il giorno di nascita… chi è nato in estate può capire!). Praticamente un ottimo inizio, sereno, allegro, contento e per nulla teso. Il mio primo pensiero era: « Verranno? Ci saranno? Si divertiranno? » Mi concentravo unicamente sui probabili gesti e comportamenti degli invitati. Capiranno che sono il protagonista del mio compleanno, che è il mio giorno? Arriveranno tardi e mi lasceranno ad aspettare al caldo con il sudore che cola sulla schiena? Si siederanno e parleranno solo fra loro? Dopo i saluti iniziali, mi ignoreranno? In genere, il festeggiato vaga come una trottola cercando disperatamente il dono dell’ubiquità. Almeno così succedeva a me: vagavo tra i gruppetti, afferrando frammenti di conversazione, distribuendo cibo, dispensando mezzi sorrisi. Godendomi i momenti a metà. Read More

Nove passi per nove onde.


 

Quel momento in cui senti, in attesa. Drizzi le orecchie. La sabbia è ruvida, meglio percepirla con i piedi nudi. Scivoli, la gamba disegna un cerchio attorno a te. Non c’è un sopra e non c’è un sotto. Tutto è scuro, in fondo il tramonto è passato da un pezzo. Senti qualcosa, attendi ancora. Qualche stella ti saluta da lontano e tu ti accorgi di avere occhi. Poi allontani le mani dalla testa e ti accorgi di avere orecchie. Quello è il momento in cui senti: il frastuono delle onde esplode in te.

Il mare da sogno? Sì, bello. È il mare da vacanza. Una, due, tre settimane al massimo. Il mare dell’ogni tanto e del qualche volta. Del riposo e del pulito. Dell’ostentazione. Mare calmo e pelle asciutta. Eppure… Io preferisco il mare di tutti i giorni, quello sotto casa. Il mare del sempre. Di tutti i mesi. Della fatica e degli occhi chiusi. Mare mosso e pelle sporca. Sabbia ovunque perché è un mare vero, volubile. È quello che ti fa dire “Esisto.”. Quello dove ti immergi… e poi non risali più.

Cammini sulla sabbia. Il mare si sincronizza con il tuo umore. E allora speri che le onde possano lavare via le preoccupazioni, speri che le scritte sbiadiscano e che una nuova onda superi la precedente. Il mare migliora le cose.

Credo che le lacrime siano liberatorie e i sorrisi redimenti. Se piangi in acqua, nessuno se ne accorgerà. Se ti bagni, nessuno noterà che prima eri asciutto. Credo nel tempo e nel pianto, perché dopo le lacrime siamo tutti uguali.

Nove passi. È il tempo che ci vuole perché un’onda arrivi a toccarti i piedi. Non passi piccoli, da formica, nè enormi, da gigante. Nove passi paralleli al bordo del mare. O perpendicolari, se la spiaggia è solo una piccola lingua di sabbia. In media, ci vogliono nove passi per venirsi incontro, uno a testa, quattro a testa. Per un saluto, un abbraccio, una riconciliazione. Qualcuno che ci aspetta. Partendo nè da vicino nè da lontano. Così però 4×2 sono otto passi in totale, come si arriva a nove? Effettivamente c’è un altro passo, un quinto che in realtà è mezzo. Va fatto insieme, una gamba ciascuno per creare un semicerchio. Una simmetria. Uno specchio al contrario, perché di fronte a te non guardi altro che un te speculare.

Ciò che dai, ti ritorna indietro. Se chiedi scusa per primo, riceverai uno scusa a tua volta, se sei quello che tende le braccia, avrai un abbraccio in cambio. Se lanci sassi, sassi ti torneranno indietro. Se pensi che i “ti voglio bene” non siano mai troppi, allora non trattenerti. Gridali lanciali e gettali in mare. Dove tutto si spande, dove tutto è umano, dove tutto troverà la propria unità di misura. Falli cadere in acqua e poi fai nove passi per andare incontro a qualcuno. Prima che nove onde si infrangano sulla riva.

Speri che il rumore non si spenga mai. Speri che ti raggiunga, che un’onda ti raggiunga. Il mare è tutto intorno a te, è dove ci muoviamo, è dove nuotiamo in cerca di terra. Impariamo a rispettarne il movimento e impariamo a farne parte. Un giorno forse danzeremo con le onde, fuori dal mondo. Fuori dal mare.

Speri che le onde ti portino via. Lontano, dove non c’è niente.

Dove solo un’altra onda è quello che ti aspetta.

D.

Il secondo in più.


La giornata di ieri ha avuto un secondo in più. Per un attimo, è stato 31 giugno 2015, in barba a quanto decantato dalla famosa filastrocca! Il tempo è un’entità immanente nel mondo e la sua misurazione una convenzione artificiale, regolata a seconda delle necessità. Si aggiusta, si piega, si sposta. L’uomo costruisce i propri relativi sistemi di riferimento e li modifica per adattarli alla realtà fisica e alle incontrovertibili leggi dell’universo, e così abbiamo avuto un secondo in più rispetto alle classiche 24 ore della giornata: questa notte, tra il 30 giugno e il 1° luglio, agli orologi atomici del mondo è stato aggiunto il cosiddetto “secondo intercalare” (in inglese leap second) per permettere la sincronizzazione tra l’orario ufficiale – Coordinated Universal Time (UTC) – e la rotazione della Terra sul suo asse, che è meno regolare della misurazione del tempo e che rallenta impercettibilmente, ma progressivamente. Una consuetudine introdotta fin dagli anni ’70 e programmata ogni tot di tempo, destinata ad essere utilizzata ancora per molto.


Dalle 23:59:59 si è passati alle 23:59:60 e soltanto dopo è arrivata la mezzanotte 00:00:00. Vi siete accorti di questo secondo in più? Quello che nella nostra vita sembra così ininfluente per Internet e per il mondo economico e azionario non lo è: in un secondo nel mondo si producono circa 8.000 tweet, si postano 1.500 immagini su Instagram, si mettono 54.000 like su Facebook, si conducono 46.700 ricerche su Google, si inviano 2.355 email, i colossi azionari guadagnano centinaia o migliaia di dollari. Al di là delle cifre calcolate, si tratta di un quantitativo enorme di dati e anche solo a colpo d’occhio l’accostamento di tutti quei numeri scatena la registrazione di una quantità matematica pazzesca. Emblematico anche come si utilizzino i dati dei social networks in qualità di termini di paragone, ma su questo ci torneremo in un altro momento.

Il punto infatti è un altro. Il punto è che cosa abbiamo fatto in questo secondo, in che modo lo abbiamo reso speciale? Non è vero che un secondo è ininfluente nelle nostre vite. È passato senza essere notato, qualcuno ha gridato, qualcuno ha guardato l’orologio per rendersi conto che un secondo è un battito di ciglia? Qualcuno magari già dormiva. Qualcuno guardava la TV. Qualcuno leggeva, qualcuno si ubriacava. E nel frattempo, una nuova creatura veniva alla luce e qualcuno moriva. Abbiamo avuto un secondo extra, un tempo veramente creato dal nulla, un attimo in più per guardarci allo specchio e un’occasione per fare un dispetto alla Morte. Un secondo in più di Vita, che a volte non si ha nemmeno il tempo di vivere. Un secondo in più per dar sfogo alle proprie preoccupazioni, per essere felici, per celebrare l’essere umano, un secondo in più prima della fine. In un timer che scandisce il tempo e la diminuzione della sabbia nella clessidra, abbiamo avuto un secondo in più prima di arrivare allo zero. Che cosa abbiamo fatto? Magari lo abbiamo lasciato scorrere senza che accadesse nulla. Senza fare niente. Siamo esseri umani, limitati, frenetici, insoddisfatti, impazienti e ingiusti. Ci fermiamo a pensare a quel secondo in più e subito dopo è già tardi. Oppure era tardi prima, e non ce ne siamo nemmeno resi conto. Magari non lo sapevamo, magari abbiamo ignorato quel secondo, tanto niente è cambiato e niente cambierà. Invece no.

Un secondo in più. Il tempo di un respiro preso nemmeno a pieni polmoni, il rumore di un tuono, un treno in partenza, un battito di cuore. Due fotografie. L’inizio di un bacio, un tasto premuto sul pianoforte. Il tempo di un passo, una mano tesa, un grido, un tuffo in mare. La risata, uno sguardo. Gli inizi e le prime volte. Una goccia di pioggia. Un istante di bellezza. Un secondo per uscire da una scatola di pietra.

Un secondo per la felicità. Perché la felicità è una scelta, non capita a caso.

A volte si corre, a volte si rallenta, a volte si passeggia. Ciò che conta alla fine è non smettere mai di ammirare il panorama e tutto quello che c’è intorno. Se non c’è stato modo di rendere speciale quel secondo in più di ieri (o di oggi, a seconda di come vogliamo metterla), almeno si trovi il modo di rendere speciali quelli che seguiranno. Perché ogni giorno è un’inesorabile discesa verso lo zero, a mezzanotte siamo tutti Cenerentola, le ore sono finite e tutti i secondi sono stati secondi in più. Ogni secondo è un regalo, e bisogna cercare di non sprecarlo. Difficile, improbabile, azzardato, ma possibile. Tentare, sempre tentare.

E poi, dallo zero si ricomincia. L’una, le due, le tre del mattino. Un nuovo giorno. Un nuovo inizio. Aspettando un altro secondo in più. Il prossimo, eccolo. È già qui.

Arriverà la fine, ma non sarà la fine.

D.


[ Proseguite qui per qualche suggerimento musicale dando un’occhiata alla sezione intitolata Soundtrack: scoprite quali sono le canzoni che fanno da sottofondo durante la stesura di questo e degli altri post! 🙂

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