Nove passi per nove onde.

 

Quel momento in cui senti, in attesa. Drizzi le orecchie. La sabbia è ruvida, meglio percepirla con i piedi nudi. Scivoli, la gamba disegna un cerchio attorno a te. Non c’è un sopra e non c’è un sotto. Tutto è scuro, in fondo il tramonto è passato da un pezzo. Senti qualcosa, attendi ancora. Qualche stella ti saluta da lontano e tu ti accorgi di avere occhi. Poi allontani le mani dalla testa e ti accorgi di avere orecchie. Quello è il momento in cui senti: il frastuono delle onde esplode in te.

Il mare da sogno? Sì, bello. È il mare da vacanza. Una, due, tre settimane al massimo. Il mare dell’ogni tanto e del qualche volta. Del riposo e del pulito. Dell’ostentazione. Mare calmo e pelle asciutta. Eppure… Io preferisco il mare di tutti i giorni, quello sotto casa. Il mare del sempre. Di tutti i mesi. Della fatica e degli occhi chiusi. Mare mosso e pelle sporca. Sabbia ovunque perché è un mare vero, volubile. È quello che ti fa dire “Esisto.”. Quello dove ti immergi… e poi non risali più.

Cammini sulla sabbia. Il mare si sincronizza con il tuo umore. E allora speri che le onde possano lavare via le preoccupazioni, speri che le scritte sbiadiscano e che una nuova onda superi la precedente. Il mare migliora le cose.

Credo che le lacrime siano liberatorie e i sorrisi redimenti. Se piangi in acqua, nessuno se ne accorgerà. Se ti bagni, nessuno noterà che prima eri asciutto. Credo nel tempo e nel pianto, perché dopo le lacrime siamo tutti uguali.

Nove passi. È il tempo che ci vuole perché un’onda arrivi a toccarti i piedi. Non passi piccoli, da formica, nè enormi, da gigante. Nove passi paralleli al bordo del mare. O perpendicolari, se la spiaggia è solo una piccola lingua di sabbia. In media, ci vogliono nove passi per venirsi incontro, uno a testa, quattro a testa. Per un saluto, un abbraccio, una riconciliazione. Qualcuno che ci aspetta. Partendo nè da vicino nè da lontano. Così però 4×2 sono otto passi in totale, come si arriva a nove? Effettivamente c’è un altro passo, un quinto che in realtà è mezzo. Va fatto insieme, una gamba ciascuno per creare un semicerchio. Una simmetria. Uno specchio al contrario, perché di fronte a te non guardi altro che un te speculare.

Ciò che dai, ti ritorna indietro. Se chiedi scusa per primo, riceverai uno scusa a tua volta, se sei quello che tende le braccia, avrai un abbraccio in cambio. Se lanci sassi, sassi ti torneranno indietro. Se pensi che i “ti voglio bene” non siano mai troppi, allora non trattenerti. Gridali lanciali e gettali in mare. Dove tutto si spande, dove tutto è umano, dove tutto troverà la propria unità di misura. Falli cadere in acqua e poi fai nove passi per andare incontro a qualcuno. Prima che nove onde si infrangano sulla riva.

Speri che il rumore non si spenga mai. Speri che ti raggiunga, che un’onda ti raggiunga. Il mare è tutto intorno a te, è dove ci muoviamo, è dove nuotiamo in cerca di terra. Impariamo a rispettarne il movimento e impariamo a farne parte. Un giorno forse danzeremo con le onde, fuori dal mondo. Fuori dal mare.

Speri che le onde ti portino via. Lontano, dove non c’è niente.

Dove solo un’altra onda è quello che ti aspetta.

D.

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