10. I compleanni.

Sapete, ho sempre avuto un problema con i compleanni. Ma non i compleanni in generale. I miei. Con il passare dei lustri sono giunto alla conclusione che il giorno del proprio compleanno è sacro, e la festa lo è ancora di più. È uno dei giorni in cui si è protagonisti, anche della vita degli altri (o meglio, di chi è a conoscenza che è il tuo compleanno e/o è stato invitato ai festeggiamenti). È il giorno in cui si può essere viziati, in cui si può essere coccolati, in cui si può oziare, in cui si può festeggiare, in cui… Forse è un’idea un po’ infantile di compleanno. Una rappresentazione aulica inculcata e seminata nel mio cervello di bambino, che ha messo radici. Ma vedete, il senso della festa è in realtà meno superficiale di quanto si possa credere. Vuole essere un momento di condivisione, un tentativo di esorcizzare le paure della crescita, dello scorrere degli anni e, successivamente, della vecchiaia. Una stupida corsa contro il tempo, o forse con il tempo, preso a braccetto. Sì, con il tempo. Ce lo facciamo amico invece che nemico. La festa vuole essere un momento in cui si sta con la famiglia o con gli amici o con entrambi, con gli affetti. Insieme, nell’insieme. Compleanno è quasi sinonimo di festa di compleanno. È il giorno in cui il tempo rinnova il giuramento di fedeltà che ha sancito con la vita. Un giuramento eterno, contratto a rinnovo annuale. Eterno si fa per dire, non durerà per sempre, ma per tutta la vita. In fondo cos’è l’eternità per noi esseri senzienti finiti nel tempo e nello spazio? Un concetto incomprensibile.

Insomma, il problema nasce nel momento in cui una testa cervellotica di un essere senziente finito e complessato come me si lascia andare. Pensieri a ruota libera. Game over per il pubblico.

Non ho mai avuto l’amico del cuore. Forse qualche amico di infanzia, ma non l’amico d’infanzia che ti porti appresso anche da grande. Non chiedetemi il perché: mi è venuta in mente l’immagine di una persona che viene trascinata carponi con un guinzaglio. Ho sempre faticato a trovare il gruppo. La “comitiva”, la “combriccola”, la “cricca”, e tanti altri termini per definire un’accozzaglia di esseri senzienti finiti e rumorosi con cui stare sul muretto a non combinare nulla per tutta la giornata. A lungo sono stato convinto di essere una persona sola e solitaria. Allitterazione della s, non so se l’avete notato. In realtà non è così, ho solo imparato a stare bene con me stesso, a sopportarmi, a non giudicarmi, a perdonarmi, e c’è voluto del tempo. E poi le amicizie sono arrivate. Superficiali, profonde, semplici conoscenze, persone più strette. Cose normali insomma. But anyway tornando al tema principale del post (oggi giornata di ἔκϕρασις! L’ho detto alla greca, non alla latina, in onore del popolo greco e del referendum); da bambino ho sempre festeggiato. La festa con gli amichetti, i palloncini, i giochi, i regali e le candeline, intendo. Poi ci sono stati anni di pausa, non rammento i motivi. Poi ho ricominciato, al liceo probabilmente. Alcune occasioni. E ogni occasione rappresentava un piccolo dramma interiore, che aveva il gusto di un bruciore di stomaco di prima mattina. Un disagio semi inspiegabile, il giorno stesso della festa (che poteva non coincidere con il giorno di nascita… chi è nato in estate può capire!). Praticamente un ottimo inizio, sereno, allegro, contento e per nulla teso. Il mio primo pensiero era: « Verranno? Ci saranno? Si divertiranno? » Mi concentravo unicamente sui probabili gesti e comportamenti degli invitati. Capiranno che sono il protagonista del mio compleanno, che è il mio giorno? Arriveranno tardi e mi lasceranno ad aspettare al caldo con il sudore che cola sulla schiena? Si siederanno e parleranno solo fra loro? Dopo i saluti iniziali, mi ignoreranno? In genere, il festeggiato vaga come una trottola cercando disperatamente il dono dell’ubiquità. Almeno così succedeva a me: vagavo tra i gruppetti, afferrando frammenti di conversazione, distribuendo cibo, dispensando mezzi sorrisi. Godendomi i momenti a metà.

Se c’è un momento poi che rappresenta il culmine del disagio, quello è il momento della torta. In cui i riflettori sono puntati su di te in modo quasi forzato, e ogni silenzio imbarazzato scava una voragine che deve essere riempita da qualche parola, e la canzoncina non sai se cantarla anche tu oppure no per non fare la figura del cretino. Ripensandoci, è quasi un momento comico. Tutti si dispongono in un semicerchio attorno a te, un semicerchio lontano, tutti si tengono a distanza, quasi avessero paura delle candeline, o di te.

Distanze di sicurezza.

Dopo la torta, di solito i regali. Oppure la sequenza in ordine invertito, ognuno fa come vuole. I regali rappresentano un altro trauma, perché io non so riceverli. Non mi interessa l’oggetto in sé ma il semplice fatto che quelle persone mi abbiano pensato e abbiano impiegato tempo per decidere qualcosa da regalarmi e comprarlo. So ricevere ancor meno i regali improvvisi e inaspettati. Penso di avere reazioni inadeguate, imbarazzate, non sufficientemente calorose o gioiose, e non so mai se gli altri riescono a percepire la gratitudine e la contentezza per il solo fatto di averli lì, presenti. Così, finisco per diventare la caricatura di me stesso.

Ai compleanni degli altri non esiste nessuno di questi problemi. Fedele sostenitore del “fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te”, mi trasformo in un animatore/cantante/ballerino/dj/cabarettista/intrattenitore. Il giullare di corte. Anche qui, la caricatura di me stesso. A volte rischiavo addirittura di usurpare il ruolo di protagonista al festeggiato o alla festeggiata. Rischio che ho sempre eluso, perché col tempo ho imparato le misure. Animare, senza esagerare.

Questo ha migliorato le cose: la misura, con una punta di noncuranza e menefreghismo. Gli ultimi compleanni sono andati bene, decisamente meglio. Ho cercato inoltre di fare l’animatore con moderazione, sebbene mi venga molto più facile e automatico farlo alle feste degli altri che alle mie, per farli sentire amati. E poi è stata utile anche la selezione. Non è necessario invitare il mondo, conoscenti, senzatetto raccattati per strada e amici di amici, è sufficiente stare con le persone a cui teniamo davvero, che ci fanno stare bene. Condivisione, la festa è condivisione, e con il mondo intero è impossibile ottenerla. Verranno? Sì, verranno. Ci saranno tutti? Sì, salvo imprevisti. Arriveranno in ritardo? Il ritardo è fisiologico, sono io il primo ritardatario! Si divertiranno? Magari tutti, o magari alcuni sì e altri no. Ma se anche soltanto una persona dovesse divertirsi, sarà un successo comunque. Si siederanno e parleranno fra loro, a mucchietti e a piccole isole? Be’ sì è normale invitando gente di diversi ambienti e contesti, dato che non tutti si conoscono succede. Farai la trottola? Sì, un po’. Ti canterai tanti auguri da solo? A volte è successo, è un momento divertente e bisogna riderci su. Come riceverai i regali? Senza farmi troppi problemi o complessi. Ricevere i regali è ancora difficile per me, ma largo alla spontaneità. Cosa farai? Cercherò di abbracciare tutti. L’abbraccio è una preziosa forma di comunicazione.

Mi permetto di darvi un consiglio. Festeggiate con le persone a cui volete bene, un bene ricambiato. Con le persone che al momento della torta si avvicinano e non rimangono lontane, che colmano le distanze e riempiono i vuoti e lasciano liberi solo quei pochi centimetri dalle candeline per salvarsi dall’incendio, che cantano a squarciagola tanti auguri perché vogliono che li sentiate, che fremono per fare la foto insieme, non un selfie ma la classica vecchia foto, che scattano foto senza che tu lo chieda perché vogliono immortalare il momento, che non ti fanno fare la trottola ma ti concedono i giusti spazi per parlare con invitati di diversa provenienza, che rimangono fino a tardi anche se il giorno dopo devono alzarsi presto, che allegano sempre un biglietto scritto di proprio pugno al regalo, che ti fanno sentire amato e protagonista non perché condizionate dalle circostanze ma perché realmente legate a voi. Dispensate sorrisi interi e non a metà. I compleanni sono sacri, e ogni età è importante.

Festeggiate, festeggiate sempre e non vi preoccupate. Gioite. Abbiate fiducia nel vostro cuore e in quello degli altri. Fatevelo dire, da un quasi autistico come me.

D.


[ Proseguite qui per qualche suggerimento musicale dando un’occhiata alla sezione intitolata Soundtrack: scoprite quali sono le canzoni che fanno da sottofondo durante la stesura di questo e degli altri post!

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One comment

  1. ombreflessuose · luglio 13, 2015

    Hai ragione, D
    Festeggiare il compleanno ( a prescindere dall’ età) , soprattutto con le persone che ci vogliono bene è sempre un evento che fa felice il nostro cuore
    Un sorrsio da Mistral

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