All’angolo di via Rossini.


Ecco, è appena giunta. La notizia. Nel paese, ad una via poco distante da casa mia, un carabiniere ha sparato alla moglie e ha tentato il suicidio. La moglie è morta. Sapete, arrivare a questa via che si chiama via Rossini è una sciocchezza. Venite da me, vi offro un caffè e qualche biscotto poi montate in macchina e ci andiamo. Due minuti a dir tanto. Si sale verso il centro e con 180 secondi scarsi svoltando a destra imbocchiamo via Rossini. È una strada piccola, all’inizio si staglia la sede succursale di un liceo classico, poi una palestra, una farmacia, un ristorante cinese di fronte ad un supermercato (che ora forse non c’è più), un giardino con un’altalena e qualche gioco, una scuola materna ed elementare, un forno, case, un paio di bar. In fondo se volete c’è un edicola per comprare il giornale e un parcheggio per le macchine. Ci sono passato verso l’ora di pranzo e forse un paio d’ore dopo è avvenuto il fatto. Due ore di distanza temporale mi hanno separato da un colpo di pistola esploso in una via come ce ne sono tante altre, a pochi passi da dove abito. A casa. Più tardi devo uscire e ci passerò di nuovo. Immaginate se fossi stato lì proprio in quel momento… Se fossi stato testimone dell’accaduto. Quale sarebbe stata la mia reazione? Una donna è morta, forse sarei sceso dalla macchina e sarei corso da lei, lasciando l’auto in mezzo alla strada con la portiera aperta e le chiavi nel quadrante, magari il motore ancora acceso, forse sarei rimasto impietrito e impotente di fronte al seguente tentativo di suicidio del marito, forse avrei come prima cosa chiamato un’ambulanza o la polizia, al sicuro nell’abitacolo della macchina. Non sarei scappato, forse non sarei nemmeno rimasto fermo. Invece ero a casa. A via Rossini c’ero già passato, avevo finito di mangiare e stavo conversando con i miei in cucina. E contemporaneamente a poca distanza da me una persona moriva mentre noi continuavamo con le nostre vite, ignari. Beati. Read More

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19. Untitled (part 3), aka “oltre”.


Ore 19:00. 72 ore dopo part one e 24 ore dopo part two sono qui a tirare le somme. Scrivere delle mie incertezze è stato una sorta di viaggio catartico alla ricerca della pace. Pace alle preoccupazioni, pace all’ansia che attanaglia le viscere, pace alla paura del futuro. Quando la mente si impegna in voli pindarici e riflessioni profonde il rischio è quello di incartarsi e di perdersi nei meandri dei propri pensieri, in un loop senza fine. A volte ci si addentra troppo in profondità. A volte ci si perde in se stessi, senza avere la più pallida idea di dove siamo finiti. A volte serve una chiacchierata in macchina per ritrovare tranquillità. A volte ci serve una lampadina, ne basta una per rischiarare qualche impronta lasciata sulla terra e capire che è da lì che siamo venuti. E allora basta tornare indietro, dove tutto è iniziato. Percorrendo una strada parallela ma non identica al viaggio che ci ha portato dove ci ha portato. A volte torneremo esattamente allo stesso punto di partenza, altre volte invece saremo più distanti perché avremo preso una scorciatoia e scopriremo una porticina che prima non avevamo notato, altre ancora arriveremo oltre. A volte si ha semplicemente bisogno di chiudere il cerchio. E di andare oltre, oltre l’orizzonte dei propri pensieri. Read More

Untitled (part 2), aka un attimo prima dell’alba.


Il vento soffia forte e sembra spingermi avanti, verso qualcosa. Sono tante piccole dita che mi spintonano e premono e pungolano in punti diversi e in momenti diversi tanto che ho l’impressione di scompormi in mille piccoli pezzi, come i frutti del dente di leone. Sì, proprio quelli che appaiono come minuscoli fiorellini, le parti di un tutto, che fuggono alla prima folata di vento o al primo soffio umano. Il dente di leone, o “soffione”, si sgretola in tanti ciuffi bianchi leggeri come piume: sono i frutti che consentono il proseguimento della specie. Un paracadute e un capolino per viaggiare lontano e agevolare grazie al vento la dispersione del seme, assicurando la progenie al dente di leone. Io vorrei dissolvermi in tanti piccoli fiori e avere milioni di occhi per ogni parte di me trascinata via dalla brezza. Essere contemporaneamente in più posti e vedere i fiumi, le montagne, i vulcani e le isole. Avere un paracadute e planare dolcemente su una nuova terra. Essere un soffione e seguire la bussola del vento. Read More

Untitled (part 1).


Sono le 19:00 ed è già buio. Piove. Forse è buio perché piove o credo piova perché è buio. Forse c’è qualche nuvola scura nella mia testa, qualche perturbazione atmosferica dentro le mie orecchie. Nella stanza non ho acceso la luce perché mi dava fastidio agli occhi, ma solo lo stereo e lo schermo del computer che con il suo riverbero chiaro accarezza la musica zampettante dagli altoparlanti. Mi piace, mi sento in un angolo protetto, la porta chiusa, il mio spazio. È buio e non c’è niente che io possa fare per mandare indietro l’orologio e far tornare il giorno, e una lampadina accesa sarebbe stata solo una lampadina della notte. Voglio che i miei occhi si abituino alla visione in gradazione di grigi, a quei puntini scuri che sembrano muoversi come le interferenze di una vecchia TV. La luce avrebbe permesso di vedere la strada e il panorama intorno a me, ma si è fatto tardi e solo un ombrello potrebbe farmi compagnia in questo istante. Voglio adattarmi al cambiamento, al cielo scuro e alle gocce di pioggia che mi bagnano la schiena, lasciarmi andare e farmi portare dalla corrente, sentirmi una foglia nel vento. Un granello di sabbia che non oppone resistenza al continuo mutare degli eventi e chissà in quale duna o abisso finirà. Read More

Sedici rintocchi.


Vi capita di andare in fissa con una certa canzone? O con l’intero album di un artista? O con un paio di tracce di diverso genere? Ma che domande, certo che vi capita. Ci sono quelle tracce, quelle canzoni trasmesse alla radio, quella musica sentita all’improvviso in un film, quel sottofondo di una pubblicità o di un video su YouTube, quei suoni che capitano per caso e che sembrano fatti apposta per quel momento della vostra vita. A volte trattasi di una traccia che vi disgusta, ma soltanto all’inizio. Succede che poi il mondo sembra congiurare contro di voi e ve la fa entrare per forza in testa trasmettendola ovunque. Quindi ci andate in fissa. E no, non parlo dei tormentoni estivi tunze tunze o delle musichette della boyband di turno che tenta di affascinare le ragazzine. Parlo di musica vera. Di quella che entra in risonanza nella vostra cassa toracica e vorreste strapparvi i vestiti di dosso perché basta lei.


Spesso riesci a trovare la colonna sonora perfetta per le tue emozioni, precisa e puntuale in quel dato momento: una delusione d’amore o un matrimonio, una gita al mare o la notte prima di un esame, la parentesi prima di cadere in un sonno profondo o il pomeriggio trascorso a correre al lago o in bicicletta. Addirittura qualcuno arrivò a ritenere che la musica fosse una forma di doping nello sport. In effetti la musica è il mio doping personale. La ascolto mentre scrivo, mentre studio (a basso volume), mentre corro, quando faccio una doccia, quando non ho voglia di studiare, mentre sono in macchina, in viaggio, sul treno, prima di addormentarmi. La ascolto quando guardo i tramonti. Quando voglio condividerla con qualcuno e quando voglio stare solo. La musica ha un ruolo essenziale nella mia vita, anche se non fossi stato un ballerino o un amante dell’arte sono sicuro che avrebbe esercitato comunque un potere particolare sulla mia anima. Tutte le volte ascolto le tracce in base al mio umore, alcune vanno bene quando è una giornata soleggiata, altre quando piove o addirittura quando nevica. Altre quando piove dentro di me. Sempre perennemente sincronizzate con i miei stati d’animo. La musica è necessaria ed elargisce significato al nostro senso dell’udito. La colonna sonora della vita rende decisamente più bello il viaggio e a volte grazie alla musica puoi viaggiare anche semplicemente stando fermo nella tua stanza. Read More

Io non sono arrivato.


BANKSY

L’acqua è fredda. Me l’aspettavo, ma il mio corpo non era preparato. Sento l’adrenalina entrare in circolo, i muscoli contrarsi e le pulsazioni aumentare, cerco di capire cosa stia succedendo intorno a me. Muovo le braccia come facevo da bambino al lago Qattineh quando mio fratello voleva insegnarmi a nuotare, mentre il fragore del mare sovrasta le grida. D’un tratto avverto una pressione sulla spalla sinistra e dei gesti convulsi. Non faccio in tempo ad inspirare. Vado giù.

Fa caldo. Una lama di luce entra da non so dove, forse da una fessura del portellone del tir, e le orecchie mi fanno male. Vorrei coprirle con le mani ma non posso muovermi. Ho i crampi ad una gamba e non posso muovermi. Vorrei intimare a tutti di stare zitti e di smetterla di gemere. La donna alla mia destra soffoca un singhiozzo disperato e avrei voglia di schiaffeggiarla; quella alla mia sinistra tiene il collo in iperestensione per agguantare più aria possibile dall’alto. La maglia lacera mi si è incollata alla schiena fradicia di sudore e provo quasi disgusto per il tanfo che si avverte nell’aria. Eppure siamo tutti figli della stessa terra. Ho la gola secca, mi fa male, vorrei gridare. Faccio respiri corti e agitati, non posso muovermi. Non posso.

Il mio volto riaffiora in superficie e prendo aria disperatamente. Comincio ad ansimare e scalcio per salire ancora, allontano chiunque sia intorno a me con dei colpi alla cieca. Il mare è mosso, un’onda mi ributta giù di nuovo e l’acqua mi brucia la gola e mi entra nei polmoni. Tengo gli occhi serrati e la mascella contratta. Sott’acqua qualsiasi rumore è ovattato e attutito e invece quando torno su sputacchiando e tossendo ogni suono esplode intorno a me. Sono stordito. Provo a mettere in pratica tutte le lezioni di nuoto che mi ha dato mio fratello e riesco a rimanere a galla: una foglia strappata dal vento in balìa dell’occhio di un ciclone. Cerco convulsamente la barca con lo sguardo.

Ho sete. Ho caldo. Mi manca l’aria. Siamo schiacciati e pressati come animali da macello. Questa è l’immagine più appropriata per descriverci: bestie in fuga che non hanno diritto alla dignità. Il ragazzino a pochi millimetri dalla mia clavicola ha la bocca spalancata e le labbra spaccate. Ha le palpebre semichiuse e vedo il bianco impressionante dei suoi occhi. È disidratato, sì mi sembra che abbia estremo bisogno di acqua. Di acqua non ne abbiamo. Ho perso la concezione del tempo, non posso muovermi, non c’è un buon odore nell’aria. Non riesco a muovermi.

Il barcone è lì, innocuo e placido, come se stesse aspettando con calma che salissimo. Sembra ancora una possibilità di salvezza ma sta scendendo impercettibilmente verso il basso, affonda secondo dopo secondo mentre viene sballottato dalle onde. Intorno a me il rumore del mare mosso e grida. Tutti gridano e chiamano dei nomi o emettono esasperati versi di panico. Il sole è tramontato e i miei occhi non distinguono bene i contorni e le figure che appaiono sfocate, quasi in preda a convulsioni. Per un attimo nuoto freneticamente verso la barca ma poi un gomito spuntato dal nulla mi spacca lo zigomo. Sento dolore, tanto, vorrei gridare, mi manca il fiato. State FERMI. Risparmiate energie e calore, controllate il vostro corpo. Mettete in moto quella merda di cervello che vi ritrovate.

Sento che la mia mente comincia ad allontanarsi. Voglio andare via, voglio uscire. La donna alla mia destra non singhiozza più, è immobile e ferma in una posizione innaturale da un po’, sembra quasi un manichino spezzato. Una bambola rotta. Non so da quanto tempo non la sento più lamentarsi. È così ridicola nella penombra che mi fa ridere. Vorrei ridere, mi esce un latrato strozzato. Mi chiedo se questo inferno avrà fine… Ho tanta sete. Il ragazzino disidratato ha abbandonato la testa su una spalla e ciondola seguendo i sussulti del camion, i riccioli sporchi e imbiancati di polvere. Faccio un leggero colpo di tosse, qualcuno respira affannosamente e qualcun altro ha la gabbia toracica compressa. Il mio naso non sente più odori. Guardo con più attenzione il ragazzino sfruttando la poca luce che entra dal fondo.

La costa non sembrava lontana. Ma ora con l’avanzare dell’oscurità non so più in che direzione sia. Nuvoloni neri si avvicinano e si accumulano sopra di noi ad oscurare gli ultimi residui di tramonto. Cerco di rimanere a galla con il minimo dispendio di energie, di isolarmi dal caos e dalle urla, combatto contro l’impulso di piangere e provo a rilassare il diaframma. Qualcosa mi pungola la schiena, fletto il collo e vedo un corpo riverso che viene sospinto dalle onde. Immobile. È un cadavere qui nel mare, uno dei tanti, non respira e non lo farà mai più.

Credo sia entrato in uno stato comatoso, forse a malapena respira. La mancanza di acqua ci sta condannando a morte, la sudorazione ci ha fatto perdere troppi liquidi, non abbiamo idea di quando usciremo da qui. Qualcuno probabilmente è già morto, qualcuno ha avuto crisi di panico, qualcuno si è semplicemente rassegnato a morire come feccia umana e aspetta mestamente la sua ora. Non so se era peggio prima, o se è peggio questo. Read More