La sindrome del lampione.

Ogni volta che torno a casa in macchina è spesso sera. I fari accesi mi permettono di verificare le condizioni della strada e di quello che trovo avanti a me, mentre muovo dolcemente il volante sull’asfalto. La mia auto obbedisce docile e mesta. Bisogna evitare le buche e i crateri lasciati dagli acquazzoni, scalare la marcia con le curve a gomito, fare attenzione ai gatti e ai pedoni che attraversano all’improvviso, inserire la freccia per svoltare, dare la precedenza alle rotatorie. C’è un momento ben preciso in cui sento di essere quasi arrivato, un attimo in cui capisco che soltanto poche decine di metri mi separano dall’ingresso di casa. Uno, due, tre, quattro… È un secondo in cui tutta la tensione si scioglie, i muscoli iniziano a rilassarsi e i polmoni inspirano più aria, posso respirare con la pancia invece che con gli apici e il torace alto; specialmente quando torno dopo una nottata trascorsa fuori il mio corpo capisce che sta per arrivare il tanto agognato riposo. Sembra quasi che sia andato in guerra e che un lungo viaggio di ritorno abbia curvato le mie spalle. Ma sto tornando, sono tornato, sono quasi arrivato. Soltanto pochi secondi.

Posso sganciare la cintura di sicurezza.

Il lampione è un’entità pittoresca. Se ne sta lì, fermo ed immobile, non lascia mai il suo posto e saluta qualsiasi mezzo di trasporto attraversi la sua scia. Se ne sta lì, rigido e impettito, da solo. Poco importa che tanti altri suoi simili siano disposti a pochi metri di distanza: svolge zelantemente il suo compito. Illumina un tratto di strada, lavora dal tramonto all’alba e persegue stoicamente l’atarassìa. Intorno a lui regna la tranquillità assoluta perché è riuscito a liberarsi delle passioni e delle tensioni e l’aria è immobile, attraversata dai raggi luminosi che riesce ad emanare. Il lampione continua a fare luce ogni sera, incurante della pioggia e della neve, incurante del gelo e del cielo scuro, ignorando il vento e difendendo la strada dal buio. Lo fa con diligenza e meticolosità. È l’ultimo baluardo di difesa della civiltà, l’ultimo dei suoi simili, l’ultimo lampione della strada prima di un tratto completamente privo di illuminazione.

lampione

Quando percorro quel tratto privo di luci che conduce al cancello, guardo sempre l’ultimo lampione dallo specchietto retrovisore. Un po’ perché ho paura dell’oscurità che ho davanti e guardarlo mi rassicura, un po’ perché lo ammiro. Mi piace la sua fermezza e la sua costanza, e la distanza di sicurezza che mantiene nei confronti degli altri. Mi piace la sua luce, che profuma di casa. Quando anche il mondo dovesse finire saprò che lui è lì nello specchietto retrovisore, che potrò voltarmi a guardarlo, che sarà acceso, fermo a combattere la pioggia e la nebbia, l’unico rimasto a sparare intorno a sé la sua luce, cercando di penetrare l’aria solida, cercando la pace.

Il lampione sa che altri lampioni sono vicini e stanno svolgendo il suo stesso compito, li vede ma li guarda con distacco, non interagisce con loro e nutre dei dubbi sulla precisione e la serietà di ciò che eseguono. Pertanto rimane nella sua posizione, mantenendo la concentrazione sull’asfalto da illuminare. Il lampione si sente responsabile non solo dei suoi pochi metri ma anche delle sorti dell’intera strada, non può distrarsi e non può dare confidenza agli altri lampioni. Saluta brevemente le auto che scorrono sotto di lui, forse in fondo le guarda sfrecciare con una punta di rammarico. Chissà come sarebbe potersi staccare da terra e agganciarsi ad una macchina qualsiasi, andare via e raggiungere l’orizzonte. Illuminare altre strade, non essere più immobile e avere la possibilità di sfrecciare sotto lampioni simili e di guardare l’asfalto confondersi con la terra. Si curva di tristezza. Non può. Deve continuare ad accendersi ogni giorno e a compiere il suo destino senza intrecciarlo con quello degli altri.
C’è una macchina che a tarda notte ricambia sempre il suo saluto. Il lampione contraccambia il suo sguardo dallo specchietto retrovisore. Poi scompare, lasciandolo solo nella notte ad illuminare la strada deserta.

Il lampione nello specchietto non lo vedo più, ormai è troppo lontano ed io sono entrato nel viale. Sgancio la cintura di sicurezza. I pericoli del mondo non possono più colpirmi. Sono a casa.

D.

Curiosità: il titolo “la sindrome del lampione” proviene da un fatto molto bizzarro. Sono una persona che sogna molto a occhi aperti ma molto poco nel sonno e che dimentica subito i sogni fatti durante la notte. Qualche tempo fa invece me ne è rimasto impresso uno, o meglio, ho continuato a ricordarlo e a pensarci durante tutta la giornata. Adesso già mi sfuggono i dettagli. Mi sono svegliato con l’espressione “sindrome del lampione” che mi martellava nelle orecchie, perché nel sogno un qualche professore mi stava interrogando alla cattedra, e la cattedra era illuminata da un lampione molto alto e intorno a noi non c’era nulla. Solo una strada.
« Bene, signor candidato mi parli della sindrome del lampione. »
« … la sindrome del lampione? » sgrano gli occhi « Non me la ricordo. »
« Come non se la ricorda?! Se lei non sa la SINDROME DEL LAMPIONE io la boccio. LA BOCCIO! Non potrà mai andare avanti nella vita! »

Giudicate voi. Avrò mangiato qualcosa che mi ha fatto male.


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11 comments

  1. intempestivoviandante · novembre 22, 2015

    Sono davvero molto contenta di essere approdata qui!

    Liked by 1 persona

  2. Mina Cappussi · novembre 18, 2015

    Complimenti….e grazie

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  3. Pingback: Dai andiamo papà...di Davide Lavista
  4. bluebird90 · ottobre 24, 2015

    Sempre caro mi é l’amico lampione, di notte da piccola chiedevo sempre che dalla finestra potessi vedere un pochino la luce del lampione al di là della strada che illuminava la mia cameretta. Quel lampione ora non lo vedo da anni, abbiamo cambiato casa anni fa e ora non trovo più nessun altro lampione che sappia stare con me la notte a proteggermi.
    Mamma mia quanto sono stupida e frivola alla mia età su questa cosa. Pensare che lo salutavo anche ahahah! Sono assurda. Comunque..pezzo scritto benissimo come sempre, ricco di emozioni. Almeno a me ne hai fatte suscitare parecchie. Un saluto 🙂

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    • D. (Cercatoredifavole) · ottobre 26, 2015

      Sono contento di aver suscitato in te delle emozioni, questo mi lusinga molto.
      Credo che il lampione continui a pensarti tutt’ora e a mandarti la sua luce da lontano (non sei né stupida né frivola). Tu non lo vedi più ma dovresti sapere che c’è. Il lampione di casa rimane sempre tale anche quando si parte o si va via

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      • bluebird90 · ottobre 26, 2015

        Sì hai ragione, nel nostro io rimane la presenza di quella luce calda e fioca che calma e rilassa! Lo chiamavo “guardiano dei sogni” hahaha, scusa mi fa sorridere a pensare come siamo così tralala da piccoli.

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  5. Enne · ottobre 21, 2015

    Vorrei davvero che dentro casa i pericoli del mondo potessero non segurimi più. A me sembra che han la chiave per tutte le porte..

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  6. nerodavideazzurro · ottobre 20, 2015

    Quindi un continuo anelito dell’irraggiungibile?

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