Mentre bevevo un caffè.


Mi siedo con lentezza. Il locale è affollato e rumoroso, packed come direbbero gli Inglesi, non ci sono più tavoli liberi né dentro né fuori. Io ho occupato l’ultimo, uno di quei tavolini piccoli da due. Uno di quelli che anche quando sei solo puoi far finta di aspettare qualcuno. Uno di quelli abbastanza contenuti per non invadere lo spazio degli altri, e abbastanza grande da non sfociare nella claustrofobia. Un tavolino che sembra una zattera in balia della burrasca, completamente soggiogato dalla corrente, dal rumore, dalle persone. Ma ancora si regge a galla, rimane in superficie, discreto, senza creare fastidio a nessuno. C’è un gran chiasso e il locale continua a riempirsi di gente variamente assortita. Read More

« Dai andiamo papà. »


Non so se lo sapete, ma nelle ultime settimane ho partecipato al contest-evento “Guest Blogger per un giorno” (qui e qui i post riassuntivi dedicati) e la mia storia è stato ospitata dal blog Moto39 (a mia volta ho ospitato Massimiliano Riccardi). Perdonatemi, ma volevo comunque proporla qui (è in finale come post Emozione nella top 2). Spero possiate apprezzarla. Diciamo che scriverla è stato difficile. Davvero.

Vi consiglio di passare nella sezione Soundtrack e di aprire la traccia suggerita come sottofondo al post n° 23 in un’altra scheda, in modo da ascoltarla in contemporanea alla lettura. Un caro saluto a tutti.


Ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è puramente casuale. Oppure no.

La moto di papà è una Yamaha naked FZ6. Una Yamaha tanto a lungo desiderata, sacrifici per un obiettivo, un sogno realizzato. Mi ricordo che la lucidava quasi ogni sera in garage dopo una lunga giornata di lavoro e poi la copriva con delicatezza dandole il colpetto della buonanotte. Quando ero piccolo mi mettevo dietro a lui in sella aggrappandomi con tutte le mie forze al suo giaccone, poggiando la testa su quella schiena che mi sembrava gigantesca. Era il pilota della mia astronave, il timoniere che non avrebbe mai permesso alla barca di affondare. Insieme viaggiavamo tra le onde di una vita storta e piena di brutture fermandoci ai semafori rossi. Poi le mie prese sono diventate meno salde, non cingevo più l’intera vita di mio padre con le braccia. Eppure avrei potuto, le mie braccia erano cresciute, erano più lunghe. Col passare del tempo ho iniziato ad afferrare la sella e le maniglie che avevo dietro di me, evitando ogni contatto, preservando quei pochi centimetri vitali di spazio tra guidatore e passeggero come se ci fosse un sottile muro d’aria tra noi. Un ostacolo, una lastra di vetro. Non volevo toccarlo: avrebbe dato fastidio a me e avrebbe dato fastidio a lui. Read More