« Dai andiamo papà. »

Non so se lo sapete, ma nelle ultime settimane ho partecipato al contest-evento “Guest Blogger per un giorno” (qui e qui i post riassuntivi dedicati) e la mia storia è stato ospitata dal blog Moto39 (a mia volta ho ospitato Massimiliano Riccardi). Perdonatemi, ma volevo comunque proporla qui (è in finale come post Emozione nella top 2). Spero possiate apprezzarla. Diciamo che scriverla è stato difficile. Davvero.

Vi consiglio di passare nella sezione Soundtrack e di aprire la traccia suggerita come sottofondo al post n° 23 in un’altra scheda, in modo da ascoltarla in contemporanea alla lettura. Un caro saluto a tutti.


Ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è puramente casuale. Oppure no.

La moto di papà è una Yamaha naked FZ6. Una Yamaha tanto a lungo desiderata, sacrifici per un obiettivo, un sogno realizzato. Mi ricordo che la lucidava quasi ogni sera in garage dopo una lunga giornata di lavoro e poi la copriva con delicatezza dandole il colpetto della buonanotte. Quando ero piccolo mi mettevo dietro a lui in sella aggrappandomi con tutte le mie forze al suo giaccone, poggiando la testa su quella schiena che mi sembrava gigantesca. Era il pilota della mia astronave, il timoniere che non avrebbe mai permesso alla barca di affondare. Insieme viaggiavamo tra le onde di una vita storta e piena di brutture fermandoci ai semafori rossi. Poi le mie prese sono diventate meno salde, non cingevo più l’intera vita di mio padre con le braccia. Eppure avrei potuto, le mie braccia erano cresciute, erano più lunghe. Col passare del tempo ho iniziato ad afferrare la sella e le maniglie che avevo dietro di me, evitando ogni contatto, preservando quei pochi centimetri vitali di spazio tra guidatore e passeggero come se ci fosse un sottile muro d’aria tra noi. Un ostacolo, una lastra di vetro. Non volevo toccarlo: avrebbe dato fastidio a me e avrebbe dato fastidio a lui.

Non so in quale preciso istante della vita io e mio padre abbiamo smesso di giocare insieme. È successo, quando entrambi abbiamo smesso di essere bambini. Non so quando poi abbiamo smesso di parlare. È successo, quando abbiamo perso la pazienza. Poi ci siamo persi noi. Io e mio padre ci siamo persi e non ci siamo più trovati. Si dice che gli opposti si attraggano e che gli uguali si respingano: la Fisica ci aiuta spesso a spiegare l’umanità e non ci delude neanche stavolta con le leggi del magnetismo. Gli essere umani sono dei macroscopici campi elettromagnetici viventi e circolanti che possono interagire o meno tra loro. In quel rapporto di amore familiare io e mio padre eravamo due magneti con proprietà polari composite, opposte e identiche: i nostri poli opposti si fronteggiavano a vicenda caricando come tori contro una bandiera rossa, e finivano per cozzare e scontrarsi. C’erano delle esplosioni. Spesso venivamo sbalzati indietro con le ossa ammaccate e doloranti. I nostri poli uguali aspiravano con modalità diverse allo stesso obiettivo: respingersi con la maggior forza possibile per restare lontani. Perché in Fisica le cariche magnetiche uguali dispongono di una forza di repulsione proporzionale alla distanza. Perciò l’unico modo per evitare impatti distruttivi e detriti poteva essere solo aumentare questa distanza. Sulla moto ho iniziato a tenermi lontano, a distanziarmi. Ho cominciato a staccarmi, a scindere la moto in due parti: due bolle viandanti, due rette parallele, vicine ma attente a non toccarsi altrimenti sarebbero scoppiate in mille pezzi. Il problema è che poi l’ho fatto anche una volta scesi. Ero distante anche quando non eravamo sulla moto. E mio padre non è venuto certo a cercarmi.

« Dai, andiamo papà. Vieni. » Quando dovevamo uscire ero sempre il primo a varcare la soglia della porta, con il casco in mano, impaziente. Mi avvicinavo alla moto e aspettavo, ero pronto da un pezzo. Quella frase continuavo a ripeterla, a volte con eccitazione a volte con fastidio, a volte con irrequietezza a volte con insofferenza. Spesso con fretta. In realtà a me piaceva andare in moto con mio padre, mi piaceva davvero, solo che all’epoca non realizzavo. Non contestualizzavo. Non astraevo. Non capivo che l’importante era salire sulla moto insieme e viaggiare in alleanza contro le sfide del mondo. Non comprendevo che il momento più prezioso era proprio la preparazione e la partenza insieme. L’inizio di un viaggio che non mi avrebbe visto solo contro i mostri; ero con papà, in sella, avvinghiato al suo torace. La moto era la nostra astronave con la quale avremmo raggiunto qualsiasi pianeta dell’Universo. Avrei dovuto capirlo, a quest’ora forse non avrei tutti questi rimorsi. O rimpianti, non ho mai capito bene la differenza.

Forse sono la stessa cosa.

Mio padre ha sempre guidato a scatti, o meglio io avevo l’impressione che fosse così: che il suo carattere così pieno di angoli aguzzi e di repentini cambi di umore si riflettesse negli scatti alla guida. Frenate brusche ed accelerazioni improvvise, i muscoli delle mie braccia erano sempre in tensione perché cercavo di non cadere all’indietro o di catapultarmi oltre la ruota anteriore. Soprattutto cercavo di non urtare lui con il casco quando i freni mi spingevano avanti a causa della decelerazione e della forza d’inerzia, e allora dovevo contrarre spasmodicamente i muscoli. Dopo un po’ di tempo iniziavo ad avere i crampi. E ad essere arrabbiato.

Alla maggiore età ho scelto di prendere immediatamente la patente e di spostarmi da solo con la macchina, preferendola alla moto. Mio padre ha continuato a guidarla da solo.

La Yamaha FZ6 ora è in garage a riempirsi di muffa, coperta da un telo lacero e pieno di polvere.
« Dai, andiamo papà » non lo dico più. Oggi voglio entrare in garage e strappare via quel telo. È passato tanto tempo, mesi, anni. Anni che sembrano secoli per lo strano tranello che la mente si diverte a tenderci. Accendo la luce, eccola lì. Mi avvicino, la scopro e lascio cadere il telo. La spolvero per bene e prendo due caschi. Uno è quello vecchio di mio padre, l’altro è semi-nuovo, dato che il mio è diventato troppo piccolo e ormai abbastanza grande solo per la testa di un bambino. Comunque c’è anche lui, un casco ormai logoro e abbandonato, sulla mensola piena di ragnatele. Indugio per un attimo con lo sguardo, nel vecchio e buio garage non è stato mai toccato niente durante tutti questi anni. Faccio un respiro.

La signorina che sembra vestita come un’infermiera mi accompagna con lentezza nella stanza in fondo, quella senza rumori. La finestra è aperta e si sente solo il lieve fruscio delle foglie smosse dal vento primaverile.
Saluto mio padre che mi guarda con espressione dubbiosa e un po’ smarrita. Non ha idea di chi io sia. Mi avvicino tenendo i due caschi con una mano. Papà si è ammalato di Alzheimer poco meno di una decina di anni fa e ora non ha più ricordi: è un bambino che deve imparare a camminare ogni mattina, ogni mattina ricominciando da capo. Allungo una mano verso la sua, lui continua a guardarmi con incertezza nell’evidente sforzo di provare a ricordare chi ha di fronte.
Si alza e mi segue docilmente, ci dirigiamo fuori la struttura. C’è la vecchia moto ad aspettarci. Monto in sella per primo, davanti, per la prima volta al posto del guidatore. Per la prima volta senza fretta. Prima di infilarmi il casco guardo mio padre e vedo i miei stessi occhi.
« Dai, andiamo papà. Vieni. »

D.
(Cercatoredifavole)

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17 comments

  1. cdgiei · novembre 18, 2015

    Anche se magari (spero) non ci saranno malattie a separarci, presto tra me ed i miei figli si alzeranno quelle barriere invisibili di cui parli.
    E’ giusto e terribile.
    Mi hai fatto piangere (bravo)

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    • D. (Cercatoredifavole) · novembre 18, 2015

      Hai detto bene… Terribile. Ma non sempre giusto. È un venirsi incontro a metà, un appuntamento a metà strada, io avrei voluto che la seconda metà fosse stata già coperta.
      Ho pianto anche io (grazie, grazie davvero, davvero, mi emoziona saperlo)

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  2. lamelasbacata · novembre 15, 2015

    E che dire in giornate come questa, avvolta dalle tue parole come da un globo di nebbia? Dì la verità, questa musica l’hai scelta per me, per farmi andare a pezzi il cuore, così che non mi rimanga altro che raccogliere i frammenti con una scopa e lanciarli in aria, in una notte senza luna, cercando di farli arrivare là dove serve che illuminino la mia strada. Adoro come scrivi, ma questo pezzo mi ha devastato. Meraviglioso ❤

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    • D. (Cercatoredifavole) · novembre 16, 2015

      Ammetto di averlo letto in serata ma di essermelo lasciato come ultimo commento a cui rispondere. Probabilmente perché mi ha lasciato piacevolmente stupito e volevo che questa sensazione durasse ancora. Il pezzo ha devastato un po’ anche il sottoscritto, ma condividerlo significava renderlo più umano, più vivo, più gestibile, più reale e meno sospeso nel limbo e per questo in grado di farci pensare e ragionare sui sentimenti. I sentimenti sono reali, sono pane quotidiano. E se mandano in pezzi un cuore sono pronti sempre a rincollare tali pezzi assieme. A tempo di musica.
      Grazie ❤ un commento davvero bello!

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  3. bluebird90 · novembre 15, 2015

    L’ho letto tutto d’un fiato e come sempre la tua scrittura mi ha rapita in un viaggio dentro le parole. Un viaggio che in alcuni spezzoni mi ha fatto viaggiare dentro il mio io, grazie.

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    • D. (Cercatoredifavole) · novembre 15, 2015

      Stai ringraziando troppo me. Io ringrazio te piuttosto! Sono contento di aver contribuito un pochino al tuo viaggio, spero sia finito in una terra sognante, suggestiva e che ispira.
      Ps. Ti ho mandato una mail! Non c’è scritto nulla ma te l’ho mandata xD

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      • bluebird90 · novembre 15, 2015

        Ahahahah! Ora vado a vedere 🙂
        Ringrazio perché mi aiuti a riflettere su un po di cose che avevo decisamente e credo involontariamente abbandonato a prendere polvere. Tu piuttosto non ringraziarmi perché non ce n’è il motivo 😛

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  4. Massimiliano Riccardi · novembre 15, 2015

    Ribadisco quanto ho già detto: questo è un racconto bellissimo. bella la storia, bella la prosa, bello lo stile narrativo.

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    • D. (Cercatoredifavole) · novembre 15, 2015

      Wow, e bello il tuo commento e tutta questa condivisione che sto ritrovando e che arricchisce. Ora basta altrimenti mi commuovo troppo!!

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  5. vespamoto39 · novembre 14, 2015

    Bellissimo… copione ha ha ha!!!! Bravo, hai fatto bene!!

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