Mentre bevevo un caffè.

Mi siedo con lentezza. Il locale è affollato e rumoroso, packed come direbbero gli Inglesi, non ci sono più tavoli liberi né dentro né fuori. Io ho occupato l’ultimo, uno di quei tavolini piccoli da due. Uno di quelli che anche quando sei solo puoi far finta di aspettare qualcuno. Uno di quelli abbastanza contenuti per non invadere lo spazio degli altri, e abbastanza grande da non sfociare nella claustrofobia. Un tavolino che sembra una zattera in balia della burrasca, completamente soggiogato dalla corrente, dal rumore, dalle persone. Ma ancora si regge a galla, rimane in superficie, discreto, senza creare fastidio a nessuno. C’è un gran chiasso e il locale continua a riempirsi di gente variamente assortita.

Il cameriere mi si avvicina con un sorriso stampato sul volto e mi chiede gentilmente se voglio dare un’occhiata al menu. Avrà poco più della mia età. Gli rispondo che prendo soltanto un caffè, grazie, ricambiando il sorriso. Guardo la sedia vuota che ho davanti mentre gli angoli della bocca tornano ad incurvarsi all’ingiù, poi il mio sguardo si allontana e mette a fuoco una coppia seduta poco più distante. Lei indossa un velo scuro che le copre la testa e le spalle ma le lascia scoperto il viso: sta ridendo rivolta al ragazzo di colore che ha accanto. Sulla destra invece ci sono due ragazzi seduti su un divanetto, ormai due uomini, che si tengono timidamente per mano.

Le vite che scorrono intorno a me sembrano molecole d’acqua perse e agitate in un fiume in piena. Io sono una di queste molecole, chuna-tazza-di-caffee per una volta aveva bisogno di stare un po’ da sola. Mi viene servito un caffè dall’odore invitante in una tazzina di porcellana, con diverse bustine di zucchero raffiguranti la Torre Eiffel. Per me il caffè è un piacere quasi aristocratico, ho intenzione di gustarmelo con tutta la lentezza possibile. E intanto penso. Potrei chiamare quell’amico che non sento da tanto… Abbiamo smesso di parlarci per un motivo così stupido. In fondo succede sempre così, dalle sciocchezze nascono le bombe. Potrei chiamare i miei, non ho loro notizie da un po’. Pensavo che vivere in un altro paese non comportasse nulla se non la distanza spaziale, che invece si è rivelata anche temporale: man mano che i giorni passavano ho cominciato a chiamarli sempre meno spesso. Gli amici, la famiglia, sono un punto lontano e annebbiato dal tempo. Inutile illudersi che le cose vadano come prima. Potrei tentare di chiamare un’altra persona, la persona. L’orgoglio in fondo non paga. Sono cambiate tante cose e tante ancora devono cambiare, ma io voglio metterci lo zampino per far sì che qualcuna devii verso la direzione giusta.

Quanto potenziale ancora, quanta energia da sprigionare. E quante sensazioni nell’aria. Quanti profumi. Risate, conversazioni, messaggi, telefonate, un lieve accompagnamento musicale di sottofondo. Osservo tutte quelle persone che si confondono nella stessa musica respirando la stessa aria che respiro io. Una giornata normale. Un po’ di pensieri, ma anche una pausa per ricaricare le batterie, da solo, cullato dai rumori degli altri. Mi allontano dall’argine giusto un po’ per prendere la rincorsa, e poi ributtarmi a capofitto nella vita.

Dolce Novembre freddo e caldo. Una tazza di tè quando fa buio, un quadrato di cioccolata con nocciole e un caffè che lascia il fondo amaro.

Accade. Senza alcun preavviso, sapete. La musica si spegne, qualcuno grida. Le persone si alzano e rovesciano tavoli e sedie e cominciano a correre e sgomitano e inciampano e cadono. Vedo qualcosa di rosso scuro che macchia il pavimento e qualcuno che ci scivola sopra. Un signore anziano fa da scudo umano ad un bambino, o forse è solo un grande corpo esanime che si accascia e schiaccia un corpicino più piccolo. Il rumore non è più un filo conduttore piacevolmente sospeso. Ora è caos. È terrore, ma io non ho nemmeno il tempo di avere paura. Alcune figure dalle vesti lunghe e dal volto coperto che sono comparse dal nulla pronunciano frasi in una lingua incomprensibile.

Poi gli spari. Tutto esplode.

La mia vita è finita mentre bevevo un caffè. Dicono tutti che prima di morire ripercorri i momenti più intensi che hai vissuto, rivedi tutti i tuoi cari, gli affetti, gli amori, la famiglia, le persone importanti. Per me non è stato così: non ho avuto tempo, avevo la testa vuota e tutto è accaduto prima che potessi rendermene conto. Mentre bevevo un caffè.

Ma io non avevo finito. Non avevo finito.


Soundtrack:

  • “Get Up” – Barcelona
  • “O” – Coldplay

D(cercatoredifavole).

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22 comments

  1. vespamoto39 · dicembre 9, 2015

    Caro Davide, abbiamo fatto bene ad adottarti…. ha ha. Sono fiera di averti conosciuto (anche se solo virtualmente) ed averti ospitato. Secondo me sarai un ottimo medico, proprio per la sensibilità che ti contraddistingue.
    Un caro saluto!

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    • D. (Cercatoredifavole) · dicembre 14, 2015

      Condivido tutto quanto, penso esattamente lo stesso (sono fiero di averti conosciuto e di essere stato ospitato), ricambio e contraccambio ;-D grazie e buon inizio settimana cara Silvia!

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  2. Pingback: Se io non fossi io e tu non fossi tu. | D.
  3. emmafrignani · dicembre 9, 2015

    «Non ho avuto tempo, avevo la testa vuota e tutto è accaduto prima che potessi rendermene conto. Mentre bevevo un caffè. Ma io non avevo finito. Non avevo finito».

    Ciao Cercatore, mi chiamo Emma e ti ho appena conosciuto grazie ad un ponte che continua a stupirmi e che attraverso quotidianamente insieme a tante persone, la comunità di #adotta1blogger, ma sono qui per scriverti la bellezza struggente e al contempo crudele di questo racconto. Da cui emerge, in tutta la sua stupidità, la facilità del male. E la sua irreversibilità. E i nostri rimpianti. Leggendoti, sono riaffiorati ricordi dolorosi, ma che fanno parte di me. E che non voglio lasciar andare. Ti lascio questo piccolo commento, sempre più convinta della necessità di alleggerirsi delle zavorre, di tutte le cose non dette, di quelle lasciate in sospeso. Perché, può essere sempre questione di un attimo. Grazie.

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    • D. (Cercatoredifavole) · dicembre 10, 2015

      Cara Emma, non potrei essere più d’accordo. Condivido totalmente, sono molto contento che tu sia passata di qui e apprezzo enormemente questo contributo. Mi hanno invitato ad iscrivermi al gruppo #adotta1blogger e non ho esitato un secondo a farlo. Grazie a te e un caro saluto

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  4. mimma rapicano · dicembre 9, 2015

    Bello e coinvolgente, mi è piaciuto molto. Ciao Mimma

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  5. cdgiei · novembre 25, 2015

    Il bar è un posto di vita, un posto sacro alla vita.
    Forse per questo, prendere a tradimento qualcuno che sta solo bevendo il suo caffé, suona malvagio come sparare in una chiesa.
    Facciamo bene a parlare dell’incontro tra la normalità e la tragedia, ci costruisce dentro senso e coraggio.

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    • D. (Cercatoredifavole) · novembre 25, 2015

      Leggere i tuoi commenti è sempre un piacere 🙂 ho provato ad immedesimarmi in una persona che perde la vita così, casualmente e all’improvviso. Ma non è affatto facile perché per noi la vita prosegue. Possiamo solo provare ad essere più coraggiosi. Ad avere più coraggio, come dici tu, per loro. A mostrare più coraggio al bar.

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  6. massimiliano riccardi · novembre 23, 2015

    Ottima prova, davvero ottima. Sei bravissimo.

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  7. intempestivoviandante · novembre 22, 2015

    Davvero molto bello

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  8. s. · novembre 21, 2015

    Anche stamattina all’uscita della metro ci aspettavano cosi’: arma in braccio, volto contratto, nocche strette attorno l’impugnatura. Questi due militari avranno piu’ o meno la mia eta’, sono giovani, belli, sani, chissa’ forse anche felici una volta chiusa la porta di casa e tolta la divisa. Da circa una settimana li troviamo all’uscita dei tornelli ogni mattina, nervosi, austeri, fragili. Si mettono accanto ai distributori di giornali e, piccola soddisfazione personale, mi sorridono fugacemente di rimando mentre prendo il quotidiano. Sono costretti e non solo nelle divise: e’ il loro lavoro. E’ il loro lavoro e lo svolgono ligi: sono guardinghi, sospettosi, impauriti, obbligati a scrutarci, soppesarci, giudicarci, sceglierci. Provo tenerezza per loro, e profonda pena. E’ il loro lavoro e li costringe ad essere distaccati, diffidenti, e diciamolo chiaramente, se davvero ci fosse necessita’, praticamente inutili. Anche stamattina li ho visti e come tutti i giorni da una settimana a questa parte, guardandoli ho ringraziato e provato gioia per il lavoro che ho scelto. La mia professione e’ quanto di piu’ diametralmente opposto si possa immaginare: un’enorme finestra davanti la quale ogni categoria sociale e morale smette di esistere ed ecco che buoni e cattivi, colpevoli ed innocenti, perfino vittime e carnefici diventano un tutt’uno. Li osservo e rinnovo la passione per il mio lavoro che mi permette di vedere ogni individuo solo per cio’ che e’ in essenza: singole parti di una umanita’ interamente ferita, in cerca di una qualche forma di espiazione, bisognosa di cure e di amore. E’ il mio lavoro e mi obbliga a costruire ponti emotivi e fisici, imponendomi di toccare e prendermi cura anche di tutti quelli verso i quali provo odio e repulsione, regalandomi una forzata umanita’ che altrimenti, spinta dalla fame di giustizia e dall’indignazione, rifiuterei. E’ il mio lavoro, lo amo, e stamattina, credetemi, ho desiderato che fosse anche il vostro.

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    • D. (Cercatoredifavole) · novembre 22, 2015

      Grazie per aver condiviso con me uno spaccato della tua giornata. Reale o immaginaria, personale o collettiva. La giornata di qualcuno consapevole di sé e ricettivo agli stimoli sonori e visivi che ha intorno. Sorprendente il tuo modo di scriverlo, mi è piaciuto molto. Un piccolo ponte lo hai costruito anche con me, un contatto fugace, una stretta di spalle di fronte a questa umanità bisognosa di amore. Ché poi è tutto lì… costruire ponti, miliardi di ponti e connessioni, per avere la possibilità di incontrarsi a metà strada, non importa da quale argine si inizia a camminare.
      Grazie.

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  9. lamelasbacata · novembre 21, 2015

    Ovunque tu sia, la tua energia è ancora qui ed è molto intensa.

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    • D. (Cercatoredifavole) · novembre 21, 2015

      Sono ancora qui con l’energia, ma sarebbe bello continuare a scrivere anche dall’aldilà, vero? ;D
      Come stai?

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      • lamelasbacata · novembre 21, 2015

        Ma io sono sicura che tu continuerai a scrivere per tanto tempo! 😉 diciamo bene, anche se recentemente ho snidato mostri importanti con le parole 🙂

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      • D. (Cercatoredifavole) · novembre 21, 2015

        Speriamo, grazie! 😀 ok, il diciamo bene mi piace, vuol dire che va meglio no? Le parole sono la malattia e la cura. Allo stesso tempo.

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      • lamelasbacata · novembre 21, 2015

        🙂 una buona serata, grazie!!

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