Tutto il bene di questo mondo.

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Ultimamente mi sono reso conto di una cosa. Mi sono chiesto quali fossero le più grandi fonti di ispirazione per buttare giù un pezzo, scrivere qualcosa che fluisca liberamente dalle proprie mani senza tanti intoppi. In epoca moderna non è più il fruscio dei fogli di carta a testimoniare una buona velocità di scrittura, o il solco continuo di una penna che traspare dalla scrivania di legno massiccio. Piuttosto è il ticchettio dei polpastrelli sulla tastiera che danza su un ritmo interrotto da poche pause.

Tralasciando argomenti tecnici, notizie di attualità, gossip e quant’altro, ho provato a focalizzarmi sulle emozioni, su ciò che gli scrittori emotivi provano a convogliare attraverso l’alfabeto della propria anima. D’altronde sono le emozioni il motore primo di tanti blog (incluso quello che avete davanti ai vostri occhi), romanzi, racconti, sfoghi su social media; emozioni generate da (e che generano) sentimenti in uno strano miscuglio dove non si capisce bene cosa viene prima di cos’altro. Le emozioni però, legate e motivate dagli eventi che un individuo sperimenta sulla propria pelle durante l’esistenza, in virtù di una connessione intrinseca con la realtà soffrono di un dualismo essenziale quanto banalmente stupido: ci sono emozioni positive e negative. Belle e brutte. Piacevoli e spiacevoli. Psicologia spicciola di Freudiana memoria su Eros e Thanatos, pulsione di vita e pulsione di distruzione, che a sua volta corteggia Empedocle e il dissidio cosmico tra le forze di Amore e quelle di Odio.

L’Amore e la morte sono intimamente avvinghiati ma impossibili da percepire per noi comuni mortali come singola entità fusa. Perciò, bandendo filosofici fronzoli dalla trattazione, le nostre giornate si riducono, pur senza minimizzarsi o sminuirsi, a:

– Ciao, com’è andata la tua giornata?
– Molto bene, grazie!
oppure
– Lascia stare, giornata terribile.

E di una giornata terribile se ne potrebbe parlare per ore. Perché? Perché, se rileggo ciò che è stato scritto finora o mi guardo intorno, il filo conduttore che molte volte spinge le parole come una corrente sotterranea è un evento negativo? Perché il dolore scorre liquido come l’inchiostro e si deposita come sedimento sulla pagina, mentre la felicità si ripara dietro ad uno scudo di sabbia d’autunno? Scrivere cose tristi forse esorcizza la tristezza stessa… è un modo per processarla, accettarla, liberarla contenendola in un recipiente di lettere e virgole. La sofferenza ispira. E quando la sofferenza è tanta si scrive tanto e spesso; almeno nel mio caso, almeno tracciando un quadro generale degli ultimi anni. La più grande fonte di ispirazione di questo blog è stata il dolore.

Ma cosa succede, quando si hanno invece buone giornate? Cosa succede quando non è Thanatos, ma Eros a pervadere di senso il tempo? Cosa succede quando il dolore si attutisce e quasi scompare, lasciando il posto a tanto altro?
Succede che si scrive di meno, forse. Se tutto procede in un bel modo, in un modo giusto, bilanciando i drammi della vita quotidiana impossibili da evitare, si hanno meno cose da dire. Si pensa di avere meno ispirazione… in realtà non è così. L’amore non si scrive, si fa. Il bene si dimostra, si comunica alle persone, si prova a sputarlo fuori, sperando che si diffonda e si propaghi attraverso l’aria, non attraverso le parole. Se viene incastrato dalle parole si teme che possa rovinarsi, guastarsi, assimilarsi alle giornate terribili che invece hanno costituito materia prima di scrittura. Viene quindi assaporato a bassa voce e non sbandierato ai venti del pubblico ludibrio. Viene protetto e alimentato come ispirazione per il nostro cuore. E allora non c’è tempo di scrivere, c’è solo tempo di vivere.

Il bene è da dove iniziamo. Da dove ci lanciamo in avanti, scagliati come frecce dall’arco delle giornate buone. Sopravvivendo alle giornate cattive, strappando un varco di uscita attraverso la trama.
Il bene viene raccontato nelle favole è vero, ma si può toccare quando è amore.
E il dolore, la morte, contro tutto il bene di questo mondo, non può nulla.

D.


👉Soundtrack (“Where Do I Even Start?” – Morgan Taylor Reid)

👉Pagina FB

[English Version]
I lately realized something. I was wondering what were the greatest sources of inspiration in order to write a post down, write something freely flowing out of your hands without glitches. In modern times it is no longer the rustle of sheets of paper to witness a good writing speed and style, nor the continuous groove of a pen cutting through the hardwood desk. Rather it is the ticking of the fingertips on the keyboard, dancing on a rhythm interrupted by just a few breaks.

Leaving aside technical topics for specialist, current news, gossip and so on, I tried to focus on emotions, on what emotional writers try to convey through the alphabet of their soul. On the other hand the emotions are the driving force of many blogs (including the one you guys are reading), novels, short stories, outbursts on social media; emotions generated by (and which generate) feelings in a strange mixture where it’s so difficult to understand what comes before what. The emotions, though, bound and motivated by the events people experience on their skin throughout life, according to an intrinsic connection with reality, they suffer from an essential as trivially stupid duality: there are positive and negative emotions. Good and bad. Beautiful and ugly. Pleasant and unpleasant. Just quick-and-dirty psychology of Freudian memory about Eros and Thanatos, life/love instinct and death instinct which also refer to Empedocle and his cosmic clash between the forces of Love and those of Hate.

Love and death are intimately entwined but impossible to perceive for us mere mortals as a single merged entity. Therefore, after we just banished philosophical frills from consideration, our days are reduced, without being minimized or degraded, to:

– Hello, how was your day?
– Omg, amazing, thank you!
or
– Never mind, terrible day.

And we could talk about a terrible day for hours. Why? Why, if I read what I wrote so far and look around, the common thread or the main reason that often squeezes the words out like a subterranean current is a bad thing? Why the pain flows liquid such as ink and settles as sediment on the page, while happiness hides itself behind a shield made by autumn sand? To write sad things perhaps exorcises the sadness itself … that is a way to process sadness, accept it, release it and include it in a container of letters and commas. Suffering inspires. And when the pain is so great you write a lot and often; at least in my case, at least by drawing a picture of the last years.
The greatest source of inspiration for this blog has been pain.

But what happens when you have good days instead? What happens when it is not Thanatos but Eros pervading the sense of time? What happens when pain decreases and almost disappears, giving way to something else, to much more?
It happens that you write less, maybe. If everything goes well, in a proper way, balancing the life dramas that are impossible to avoid, you have less to say. You think you are less inspired … actually it’s not like that. You make love, you don’t write about it. The affection and good feelings have to be proved, showed, communicated to people, you try to spit it out, hoping it will spread and will spread through the air, not through words. If Love is caught by written words, it might be damaged, get broken down, assimilated to the terrible days that instead formed raw material for writing. It is then to be tasted softly and not showed off to the winds of public mockery. You have to protect Love and nourish it as a never-ending inspiration for your heart. And then there is no time to write, there is only time to live.

We start from there. We start from love and good things. From where we throw ourselves ahead and jump in, shot like arrows from the bow of the good days. Surviving the bad days, snatching an emergency exit through the plot.
The good is mentioned in fairy tales sometimes as happy ending, true, but you can touch it when it’s simply love. Love for real.
And the pain, the death, against all the good of this world, can do nothing.

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14 comments

  1. bluebird90 · gennaio 15

    Arrivo con più di due mesi di ritardo, chiedo venia.
    Come sempre il tuo stile è bellissimo. Mentre leggevo l’articolo la mia mente mi ha catapultata in un salone enorme con un pavimento di legno tirato a lucido, pareti intarsiate e un grande soffitto vetrato da cui entrava una luce calda. E mentre i miei occhi passavano da una parola all’altra sentivo il ticchettio di tasti che si susseguivano in una danza rigenerante. Scrivere di qualcosa di negativo è facile perché puoi rendere il tutto molto più irreale e fiabesco scrollandoti di dosso quelle sensazioni che ti opprimono, così facendo puoi separare da te il brutto e allontanarlo per un po’ o per sempre. È come se mettessimo tutto ciò che viviamo in piccole fiale e le centrifugassimo separando il positivo dal negativo e quello che pesa di più lo lasciamo sul fondo. Della felicità si fa fatica a trovare le parole per renderle giustizia, a volte sembra non sia possibile sentirla al tatto.
    Un caro saluto D.

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  2. alessialia · novembre 5

    Caspita…
    Non so commentare…
    La malinconia e la serenità sono faccie della stessa medaglia.
    Ci troviamo sempre a camminare sulla sottile linea di confine che le divide ma le accomuna.
    Poi c’è la felicità che dure il tempo che deve durare. Non di piu . non di meno.
    Certo è che l’amore non si racconta. Il bene lo proteggiamo. Il male lo sputiamo fuori…
    Mi ha colpito molto come hai scritto!

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    • D. (Cercatoredifavole) · novembre 10

      Grazie alessialia! Di cuore. Perché dal cuore provengono queste parole, le tue e le mie, e perché le cose belle sempre vanno protette. Se si scrive di meno e si gode di più di un bel momento, penso sia la cosa migliore che si possa fare.
      Un caloroso saluto e buona giornata 🙂

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      • alessialia · novembre 10

        E che bello anche questo tuo commento! Proteggere le cose belle che ci capita… A volte ce ne dimentichiamo…
        Buona serata!

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  3. silviacavalieri · novembre 4

    La felicità viene meglio raccontata quando è sedimentata e si trasforma in struggente ricordo… forse è così. Quando ero troppo felice, più che il pudore dei miei sentimenti, mi frenava la pienezza della mia vita, che mi levava il respiro e non mi lasciava tempo per altro.

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    • D. (Cercatoredifavole) · novembre 6

      Certo cara Silvia, non posso che essere d’accordo! Quando si è felici, non si ha tempo per altro… a volte nemmeno per scriverne, o scrivere in generale. Anche se pensandoci bene sarebbe bello lasciarsi trasportare da una ispirazione così travolgente e positiva come la felicità o l’amore sereno. Ci si può provare 😉

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  4. lamelasbacata · novembre 3

    Hai ragione, la felicità bisogna viverla perché sia reale, il dolore tocca scriverlo per renderlo meno reale. Scrivi poco in questo periodo. È buon segno? 😊

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    • D. (Cercatoredifavole) · novembre 4

      Assolutamente un buon segno 😁 per certi versi… meno per altri. Il dolore può essere impulso per scrivere e se ce n’è meno scrivo meno, coltivando meno frequentemente quella che per me è una passione, come pure per tanti altri. Eppure la felicità e le cose belle a volte vanno custodite e protette. Vissute nell’intimo, da soli, senza filtri, senza parole, senza lenirne l’intensità con un post o un racconto. Non trovi, cara Mela?

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  5. sarahmaria76 · novembre 3

    Bellissimo Cercatore! Bellissimo testo e bellissime le parole scelte! 😉

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  6. ignoranteconstile · novembre 3

    La musicalità dei tuoi testi scorre sempre fluida come una melodia che accarezza l’animo. È sempre un piacere leggerti.
    Vero: la sofferenza, talvolta l’amarezza, sono una molla per scrivere ben più della serenità e della positività. Ma, almeno per me, è perché la scrittura ha un potere lenitivo che di rado riscontro in altre attività. Un caro saluto.

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    • D. (Cercatoredifavole) · novembre 4

      (Lieve momento di imbarazzo in corso) È sempre un piacere avere un riscontro da te. Ti ringrazio… 😊
      Sono totalmente d’accordo sulla catarsi possibile in larga misura con la scrittura e mai con altre attività… specie per gli scrittori emotivi quali entrambi siamo. Estremizzando, se tutti fossimo sempre felici, nessuno scriverebbe più, perché saremmo impegnati a viverne ogni istante. Oppure, alla lunga, riprenderemmo a scrivere di cose belle, più rare di quelle brutte ma di un’intensità ancor più sconvolgente se ci si fa caso. Un più che caro saluto a te!

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