Pelle a mosaico.

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Le-cicatrici-del-mio-Cuore-di-Jeanpietro-Puntillo[Ita] In medicina, la guarigione delle ferite può avvenire in due modi: per prima intenzione o per seconda intenzione. Il nostro corpo mette in atto meccanismi di riparazione per il riempimento della soluzione di continuo e per la chiusura della ferita: la cicatrice è il risultato di una ferita. La ferita il risultato di un evento traumatico. La gravità della ferita è il risultato proporzionale alla forza dell’insulto.
La prima intenzione si realizza quando i margini della ferita sono ben accostati tra di loro in tutti i piani e in assenza di spazi vuoti, la seconda quando ciò non avviene e l’organismo deve mettere in atto meccanismi più complessi. Da un punto di vista biologico però alla base dei due processi vi sono gli stessi identici fenomeni, variabili semplicemente da un punto di vista quantitativo.

Nella specie uomo non è ben rappresentata la rigenerazione (per intenderci, la ricrescita di un arto o la formazione di una copia identica e perfettamente funzionante di una parte del corpo amputata o lesa), se non in qualche esempio che riguardi fegato ed osso. La capacità di rigenerazione, generalmente, tende a ridursi sia fra gli animali sia fra i vegetali man mano che saliamo la scala evolutiva: non siamo lucertole o salamandre e nemmeno piante.

La cicatrizzazione quindi, è una nostra caratteristica ed è l’unico modo che abbiamo che ci consenta di ripristinare continuità tessutale, per essere di nuovo protetti dagli agenti esterni, per non perdere più sangue, per non essere più vulnerabili, per ritornare alla vita di prima. Per non sentire più dolore. Il processo cicatriziale prevede: 1) una fase di infiammazione, 2) una di proliferazione, 3) una di rimarginazione e 4) una di maturazione e rimodellamento. Quest’ultimo step può durare anche anni. Nella cicatrizzazione “per seconda” la fase dell’infiammazione e quella della fibroplasia proliferativa si svolgono in tempi molto più lunghi per una maggiore laboriosità dei processi di detersione e riempimento, dovuta alla presenza di aree di necrosi o di infezione che devono essere eliminate, o alla presenza di spazi con perdita di sostanza da colmare.

La cicatrice è la prova che abbiamo tentato, abbiamo vissuto, ci siamo fatti male e poi siamo corsi ai ripari. Una pelle senza cicatrici potrà sembrare perfetta, ma non è autentica, non ha corso rischi, né commesso errori, né scoperto il valore del perdono o l’importanza delle intenzioni. La cicatrice è un segno che forse non andrà via mai, ma è la testimonianza di come a volte chi ci tiene davvero mette in moto il processo riparativo. Chiudere una ferita è già di per sé una cosa buona, significa aver sistemato le cose nell’unico modo possibile: quello umano.

Una pelle con delle cicatrici non è ripugnante, è semplicemente vera e piena di vita, di cellule che pulsano, pronte a mettersi all’opera qualora dovesse ripresentarsi un altro trauma. Il risultato sarà una cicatrice normopigmentata, non dolente, lineare, di aspetto estetico più o meno accettabile (a seconda se “per prima i.” o “per seconda i.”), ma almeno senza danni funzionali consequenziali.
E non importa quanto profonda e brutta sia una ferita, possiamo provare a fare una sutura eccellente od un innesto per farla guarire per prima intenzione; non importa se la guarigione avvenga per seconda intenzione: c’è sempre tempo per lavorarci su. Rendere la cicatrice esteticamente migliore fino a quando, col tempo, si vedrà a malapena. Eppure la vedremo ancora, e questo ci servirà da lezione, ci ricorderà di combattere, di non dare nulla per scontato, di rendere l’ambiente più sicuro ed evitare quanto possibile che succeda di nuovo.

La cicatrice sarà un ricordo, una prova di come il nostro corpo può far fronte ad una lesione con una valida difesa, un segno di come bisogna sempre rimboccarsi le maniche. Di come si può andare avanti nonostante il trauma.

Forse, prima o poi, la cicatrice troverà la sua piena armonia con la pelle circostante. Prima o poi, forse, la accetteremo e non ci farà più male guardarla, perché sarà in equilibrio con il resto e perché c’è tanto altro da guardare. Forse, un giorno, due cuori batteranno nel nostro petto, o tre o cento o mille, perché la cicatrice avrà trovato altre sue compagne su altre pelli, in un mosaico di arte, gioia e lacrime.

Se o teu coração não quiser ceder
Não sentir paixão, não quiser sofrer
Sem fazer planos do que virá depois
O meu coração pode amar pelos dois

If your heart doesn’t want to give in
Not to feel passion, not to suffer
Without making plans about what will come after
My heart can love for the both of us

Se il tuo cuore non vuole cedere,
Per non sentire passione, per non sentire dolore,
Senza fare piani per ciò che verrà dopo,
Non ti preoccupare, il mio cuore può amare per entrambi

Song: “Amar Pelos Dois”


👉Soundtrack (“Amar Pelos Dois” – Salvador Sobral, Eurovision 2017)

👉Pagina FB

[Eng] In medicine, wound healing can take place in two ways: primary intention or secondary intention. Our body tries to fix the injuries with a post trauma repair process, aiming to filling the break in continuity of the skin and working for wound closure: the scar is the result of a wound. The wound, of a trauma. The severity of the wound is proportional to the degree of seriousness of the injuries.
Primary intention is the healing of a clean wound without tissue loss. In this process, wound edges are brought together, so that they are adjacent to each other and re-approximated. This process is faster than healing by secondary intention and there is also less scarring associated with it. Secondary intention is implemented when primary intention is not possible. This is due to wounds being created by major trauma in which there has been a significant loss in tissue or tissue damage, healing process can be slow due to presence of drainage from infection and it results in a broader scar.

In the human species, regeneration is not well-represented (the regrowth of a limb or the formation of an identical and perfectly functioning copy of an amputated or injured part), except for some examples involving liver and bone. Regeneration capacity generally tends to shrink between animals and plants as we climb the evolutionary scale: we are not lizards or salamanders, nor plants.
Scarring is therefore a special characteristic of ours and it is the only way we can restore the tissue continuity, to be again protected by external agents, not to lose more blood, to be no more vulnerable, to return to life. Not to feel any more pain. The healing process involves: 1) an inflammation phase, 2) a proliferation, 3) a healing-over phase and 4) a maturation and remodeling. This last step can take years. In secondary intention scarring, the phase of inflammation and the one of proliferative fibroplasia take much longer time for more laborious detoxification and filling processes due to the presence of areas of necrosis or infection that must be eliminated, or spaces with loss of substance to be filled up.

The scar is the proof we’ve tried, we’ve lived, we got hurt, and then we started to heal. A skin without scars may look perfect, but it is not authentic, it did not risk or make mistakes, nor discovered the value of forgiveness or the significance of intentions. The scar is a sign that maybe will never go away, but it is the witness of how sometimes the person who really cares, puts the repair process in motion. Closing a wound is already a good thing in itself, it means to settle things in the only possible way – the human one.

A skin with scars is not repugnant, it’s just real and full of life, pulsating cells, ready to go to work if another trauma comes up. The result will be a normopigmented, non-sore, linear scar, the aesthetic appearance more or less acceptable (depending on “primary” or “secondary” intention), but at least without consequential functional damage.
And no matter how deep and ugly is a wound: we can try to make an excellent suture or a tissue graft to make it heal by primary intention; it doesn’t matter if the healing takes place by secondary intention: there is always time to work on it. Make the scar aesthetically better until, with time, you will barely notice that. Yet we will see it a bit, and this will be a lesson for us, this will remind us to fight, not to take anything for granted, make the environment safer and avoid as much as possible a new injury.

The scar will be a memory, a test of how our body can cope with a lesion with a good defense, a sign of how you can you go on despite the trauma.

Perhaps, sooner or later, the scar will find its full harmony with the surrounding skin. Sooner or later, perhaps, we will accept it and it will not hurt to look at it because it will be in balance with the rest, and because there is so much more around to look at. Perhaps, one day, two hearts will beat us in our chest, or three or a hundred or one thousand, because the scar may have found other companions on other skins. In a mosaic of art, joy and tears.

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5 comments

  1. massimolegnani · 22 Days Ago

    dalla medicina alla (lezione di) vita, con sentimento.
    molto apprezzato
    ml

    Liked by 1 persona

    • D. (Cercatoredifavole) · 18 Days Ago

      Molto apprezzato anche questo commento, grazie di cuore.
      Posso fare una domanda? Lei (o tu, non so bene quale forma utilizzare) è medico? 🙂

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      • massimolegnani · 18 Days Ago

        (categoricamente il tu, l’unica bellezza del web è abbattere le barriere e annullare le età)
        sì sono medico, pediatra, all’altro estremo della professione, nel senso che tu inizi e io ho finito 🙂
        sono medico ma non sarei mai riuscito a scrivere con tanta nitidezza la fisiologia della guarigione come insegnamento a vivere bene.
        (ora mi viene in mente di aver scritto un brano “il coagulo prima che sia” dove anch’io prendevo avvio dal rimarginarsi di una ferita, ma mi pare che poi mi perdessi in miei pensieri, ora non ricordo :))
        ml

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      • D. (Cercatoredifavole) · 18 Days Ago

        Pediatria…! Molto fico. Io mi sono laureato esattamente la scorsa settimana. “Certi cerchi e giri (-più appropriato che “amori” in questo caso-) non finiscono. Fanno dei giri immensi e poi ritornano”… Grazie per la traccia. Sono andato a curiosare e a leggermi il brano 🙂

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  2. Pingback: Trentasei trentaseiesimi (quarto motivo). | D.

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