È andato tutto bene.

« Ha famiglia, qui? » chiedo con garbo.

Il signore scuote la testa strizzando le palpebre, prima con lieve titubanza e poi con maggior vigore.

« Qualcuno sa che lei è qui in ospedale e subirà tra poco un intervento? »

« Sì… degli amici. » un velo di lacrime gli offusca la vista e nel frattempo annuisco con convinzione come se un cenno affermativo potesse mettere a posto il suo cuore in subbuglio e un presunto e vago amico al corrente del suo problema fosse più che sufficiente. Non indago oltre. Nonostante il suo cognome faccia trasparire origini del sud il suo accento è totalmente neutrale, quasi nella direzione opposta della bussola direi.

Il signor G. C. si è trasferito qui da un paio di mesi, a quanto pare per motivi di lavoro. Non ha familiari né contatto con presunti tali per quanto ne sappia, non parla una delle due (tre) lingue ufficiali del paese e l’altra la mastica appena. È agitato e contrito nella sua preoccupazione e per questo hanno chiamato me, italiano, per spiegargli cosa succede. Ha accusato dolore toracico e dispnea qualche giorno fa, con acuzie durante movimento e attività fisica. Al pronto soccorso l’anamnesi è scarsa per impossibilità a comunicare, si evince ipertensione arteriosa e ipercolesterolemia in base alle medicine che assume, le troponine sono assolutamente suggestive e l’ECG ha onde T negative e altri disturbi. Dopo l’ecocardio la diagnosi: infarto NSTEMI con riduzione della frazione d’eiezione fino al 25% e scompenso. Dopo che la coronarografia ha evidenziato occlusioni e stenosi importanti si decide di intervenire il giorno stesso con un bypass.

Io lo so com’è essere soli in un paese straniero, senza capire la lingua, con gli affetti lontani. So che vuol dire sentirsi alienati quando vai a lavorare, torni a casa, mangi e dormi, e ripeti tutto da capo il giorno successivo. Capisco come la differenza culturale possa arricchire l’animo ed essere divertente in alcuni momenti, quanto frustrante e deleteria in altri. Chissà perché le persone scelgono a volte strade difficili che comportano sacrifici, deprivazione di tempo libero e distanza dalla famiglia… chissà quale obiettivo pensano di raggiungere: diventare più bravi nel proprio lavoro? Avere più opportunità, più soldi, più indipendenza, più libertà? Uno Stato che funziona meglio? Ci sono giorni in cui rimani assai affascinato dalle nuove abitudini e tradizioni e dalla nuova lingua, e altri in cui maledici il momento in cui hai scelto di partire. Giorni che vanno male e giorni che vanno bene. Giorni in cui con la libertà non ci fai niente perché la specializzazione si ruba tutto il tempo, giorni che sanno di tramonto quando ormai dovrebbe essere sera già da un bel pezzo. Ci sono giorni che lasciano filtrare la luce e altri in cui devi essere tu a mettere un filtro a quello che ti circonda.

« Come mai mi è successo questo? » ho terminato il questionario e il breve esame obiettivo per completare la cartella pre-operatoria e la sua domanda mi coglie per un attimo di sorpresa perché non so cosa rispondere. Per molte cose la medicina spiega il meccanismo fisiopatologico pur non avendo mai le risposte giuste, è sempre un insieme di fattori di rischio, lo stress, lo stile di vita, il fottuto caso che ha voluto così. Lui a quel punto contrae tutti i muscoli del volto nello sforzo di non piangere, lo vedo spingere indietro le lacrime in un vano tentativo di scuotere la testa per dire che sì, comprende perfettamente, dopo l’intervento la terapia intensiva, poi i controlli e la rivalidazione, qui sono bravi, si faccia coraggio, dopo l’intervento potrà continuare a fare le stesse cose che faceva prima, né più né meno, ma deve avere qualche accortezza in più nella sua vita quotidiana. Gli lascio il mio nome.

« Sono D., specializzando, per qualsiasi cosa mi faccia chiamare, tanto sono di guardia e resto comunque in ospedale fino a domani » si aggrappa al foglietto su cui ho scritto il mio nome e cognome e mi ringrazia quasi con timidezza.

A volte siamo dei punti dispersi nell’universo che viaggiano su traiettorie completamente impazzite e a volte queste diventano linee che si intersecano o si congiungono. A volte siamo abbandonati a noi stessi e a volte possiamo costruire ponti tra isole di abbandono. A volte una cosa bella è preceduta da cose brutte o faticose, tutto sta nell’affrontarle con il coraggio di un uccello al primo volo.

La distanza fa schifo, essere lontani fa schifo, perciò anche una sola parola detta nella propria lingua madre che non ha nemmeno bisogno di essere compresa perché riverbera direttamente sotto la pelle, può essere d’aiuto.

La notte trascorre tra semi-urgenze in sala, semplici interventi di appendicectomia o colecistectomia e cateterizzazioni per embolizzazione arteriosa, le pain pump e circa un paio d’ore di sonno. Poi mi chiamano dalla terapia intensiva, la specializzanda sembra un po’ a disagio: « Tu sei italiano giusto? Abbiamo qui un paziente che si è agitato molto mentre provavamo a svegliarlo, ho dovuto fargli un bolo di Propofol e sedarlo nuovamente. Sembra che non riesca proprio a capirci, non è che potresti passare? » mi chiede un consulto umano (non medico anche perché non ne avrei avuto le capacità o l’esperienza). Mi affretto verso il loro dipartimento. Il farmaco dopo qualche minuto comincia già ad esaurire il suo effetto.

« Signor C., ci siamo visti questa mattina si ricorda? L’operazione è finita e ora si trova in terapia intensiva, ha ancora una lieve sedazione ma più tardi togliamo il tubo d’accordo? » piccolo cenno d’assenso. « È andato tutto bene, non si preoccupi »

È andato tutto bene.

Lui non riesce a tenere gli occhi aperti, ha il tubo in gola ma respira da solo e il volto è immobile mentre le palpebre fluttuano appena. Mi stringe solo la mano, e in quella stretta mi ha detto tante cose.

Sono stanco morto ma mi trascino comunque verso lo spogliatoio per cambiarmi perché il mio turno è finito. Più tardi devo prendere un aereo: torno a casa questo weekend.

È andato tutto bene (quinto motivo).

#11motivi

👉Soundtrack (“Remember” – Seinabo Sey ft. Jacob Banks)

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2 comments

  1. nerodavideazzurro · giugno 28, 2019

    Ponti. Giustissimo. Queste sono le migliori storie italiane e umane in generale!

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    • D. (Cercatoredifavole) · luglio 1, 2019

      È stata proprio una giornata che non dimenticherò, nero. Grazie per il tuo commento! Cerchiamo di fare del nostro meglio per questi “ponti” 🙂

      "Mi piace"

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