Un divano ad angolo.

[ITA] Il divano dell’appartamento nuovo ha la forma di una L. C’è questo pezzo proteso in avanti, un’ala laterale che sembra volersi staccare da tutto il resto e prendere le distanze da un mondo che la incatena a terra. Da lì ho una visuale migliore sul resto della stanza e anche sulla finestra che si affaccia sulla città. È il mio punto preferito dove sostare e sedermi, dove le pareti non mi opprimono perché sono lontane su tutti i lati e dove ho ossigeno sufficiente per far respirare ogni centimetro quadrato di pelle. È una pedana di lancio, un trampolino che, anche solo con una fessura lasciata aperta, permette di saltare fuori, e allo stesso tempo è un’isola, o forse una penisola, che si mantiene lontana e coltiva l’atarassia. È l’intervallo di tempo che intercorre tra due frasi mentre si prende fiato. E lì, allora, in quella virgola, faccio una pausa.

« Puoi smettere di ventilare, ora » il mio supervisore ha un tono grave mentre mi preme gentilmente sul braccio che tiene il pallone. Sono tre quarti d’ora che proviamo a rianimarlo. Cicli di scariche di defibrillatore, boli di farmaci, compressioni, ventilazione tramite macchina e tubo, sembra tutto inefficace. Il mio braccio sembra non volersi fermare, continua a strizzare il pallone in maniera ritmata, uno due, insufflazione, ma perché dobbiamo fermarci?, tre quattro cinque sei, essuflazione, sono trascorsi pochi minuti da quando è andato in arresto, uno due, insufflazione, d’accordo sono quarantacinque ma il tempo sta perdendo di significato, tre quattro cinque sei, voglio dire finora non ha funzionato ma magari se continuiamo potrebbe riprendersi no?, uno due, vedo il torace espandersi per la quantità d’aria immessa, tre quattro cinque sei, il torace si abbassa, il pallone si rigonfia, comprimo di nuovo e l’immissione di ossigeno prosegue… ma senza un cuore che pompa adeguatamente, quest’ossigeno non può circolare. Un altro dei supervisori spegne la macchina girando una manopola, il pallone si affloscia, come le mie spalle. Il team di rianimatori, i chirurghi, gli infermieri di sala, tutti erano rimasti immobili per qualche secondo e ora riprendono a muoversi, come delle statue che prendono vita dopo un soffio degli dei. Chi si tocca la nuca, chi si strofina le mani, chi getta via l’incarto di uno strumento o di una siringa. La mia bocca si contrae in un urlo silenzioso e ringrazio il cielo di avere la mascherina che mi nasconde. Ma gli occhi mi si riempiono di lacrime e quelle non so come nasconderle.

Quel signore l’avevo incontrato il giorno prima per la visita pre-operatoria. Ci avevo parlato un po’. Era preoccupato per le medicine, doveva continuare a prenderle, doveva sospenderle? Aveva anche un po’ paura dell’ago dell’epidurale alta, avrebbe fatto molto male? I capelli erano bianchi e il sorriso era buono. Date le nuove misure in tempo di pandemia COVID-19, era solo nella stanza, le visite dei familiari sono state tutte sospese. L’ho rivisto prima dell’operazione per prendergli un accesso venoso e pungere l’epidurale, per guidarlo passo passo verso la sala operatoria. L’ho guardato negli occhi mentre avvicinavo la maschera con l’ossigeno al suo viso e mentre gli dicevo che ci saremmo presi cura di lui poco prima che si addormentasse.

Ci abbiamo provato, ma il tratto ST all’elettrocardiogramma è cambiato di colpo e la pressione è crollata durante una lobectomia polmonare. Ci abbiamo provato, ma non ci siamo riusciti. Io vorrei provarci ancora mentre lo stomaco mi si contorce. Lo specializzando di chirurgia comincia a ricucire l’incisione. Sento le mie spalle venire pilotate fuori dalla sala, in questo momento sono un burattino incapace di movimenti autonomi. Mi cola il naso ma ho ancora la mascherina, i pugni sono stretti ma non riesco a sentire le unghie nei palmi, gli occhi bruciano ma non li posso chiudere altrimenti le lacrime scappano via. Il supervisore mi fa sedere nell’ufficio e prova a dire qualcosa. Ci abbiamo provato, ma non ci siamo riusciti. Io ho bisogno solo di prendere fiato ma non riesco a far entrare aria nei polmoni.

Il signor A. De C. non ha visto i figli o la famiglia prima dell’intervento. Non ha rivisto nemmeno me dopo che gli ho spiegato ogni fase pre-operatoria. Gli ho detto che avrebbe aperto gli occhi nella stanza della terapia intensiva senza tubi e libero di respirare. Gli ho detto che sarebbe andato tutto bene, che l’avrei guidato in ogni passaggio e che gli sarei stato accanto per tutta la durata dell’intervento per assicurarmi che rimanesse tutto stabile. Gli strutturati pensano abbia avuto un infarto massivo acuto. Il signor De C. gli occhi non li ha più riaperti. È stato il primo paziente che ho perso in sala, il suo nome non me lo dimenticherò mai.

Il divano dell’appartamento nuovo è un divano ad angolo, ha la forma di una L. C’è questo pezzo proteso in avanti, un’ala laterale che sembra volersi staccare da tutto il resto e prendere le distanze da un mondo pieno di dolore. Mi rannicchio in questo angolo, faccio una pausa da questo “resto”. Ci sono i pazienti COVID+ che aspettano di essere curati e sostenuti, c’è questo mondo impazzito che forse si sta ribellando alla piaga degli esseri umani. Ci sono cose da fare. Ma tutto questo è domani. Adesso prendo solo fiato. Adesso sono sull’ala laterale, sono in una virgola, sono sospeso all’angolo. Respiro.


D. (Cercatoredifavole).

👉Soundtrack (“Fuck Collingwood” – Hayden Calnin)

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2 comments

  1. nerodavideazzurro · aprile 12, 2020

    Forza!
    Un immenso abbraccio.

    Piace a 1 persona

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