Sottovoce.


E allora guardami.
Dimmi il contrario di quello che dici, dimmi quello che il tuo cuore dice. Dimmelo sottovoce.
Poi urla quando tutto tace.
Gridamelo in faccia,
che non mi vuoi vedere più,
poi afferrami un dito, un dito solo,
tieni salda la presa anche quando siamo in volo.

Hai finito il fiato, ma anche l’affanno è andato via,
per cosa hai lasciato spazio, per la vita tua o la mia?
Forse è l’occhio ad aver guardato il lato sbagliato,
lasciando che il polmone si riempisse a metà,
Ma sai due mezzi cuori ne fanno uno intero
quindi chi se ne frega del buio che verrà.
In quel posto solo nostro,
tu sei la mia luce e non importa in quale angolo ci sia il mostro.

Fammi un sorriso sottovoce,
lega un capo del filo al mio dito,
a fare i nodi io non sono capace.
Ogni qual volta ne avrai bisogno,
tira l’altro capo ed io accorro, non importa dove.
Il mio petto è una scatola chiusa ma tu hai l’unica chiave.

Adesso che non hai più voce,
fai parlare me. Abbandona la tua croce.
Scegli bene, scegli la luce,

Scegli di vivere in pace.
La pace che senti,
solo se ci teniamo stretti.
E il cuore intero batte sottovoce.

Cercatoredifavole

👉Soundtrack (“BOTL” – Quinn Lewis + “Helium” – Sia)

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Le stelle fuori posto.


[Scroll down for the English version]

stelle_marine_26Mi infastidisce sentire le vite degli altri sgusciare da dietro la mia schiena. Le loro voci e il chiacchiericcio sfiorarmi le spalle. Mi disgusta tutto questo fermento che c’è intorno che mi scartavetra il fianco come acqua ghiacciata. Cammino e guardo i passi che non sono i miei, il sole che non tocca la mia testa e le buche della strada che non evito. Sono qui ma non sono qui. Ho lasciato me altrove.

Che cosa faccio, quando mi manchi?

Ci provo davvero a socializzare. A non isolarmi. Mi sforzo di mangiare il panino con gli altri, di ascoltare educatamente le loro riflessioni su qualcosa che non è affatto importante, ma li vedo accartocciarsi su se stessi. Sgretolarsi di pochezza. Parlare delle stesse cose, ridere su battute inutili, inabili nel conversare su altro, impegnarsi tanto con l’università, incapaci di andare oltre. Incapaci di andare altrove.

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In Un Angolo Di Settembre.


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(C) Fotografia personale.

Ci sono giornate come questa. Esistono, succedono, fanno parte di una storia che sembrava lontana e irrealizzabile. Eppure ora è reale, è possibile, ed è qui. Una storia che ha i contorni di una favola. È la favola che ognuno di noi si costruisce strada facendo, scrivendo su anime di carta.

Certe storie, certe favole, si intrecciano perché gli intrecci non possono fare a meno di crearsi tra chi è destinato ad unirsi per mano in un angolo di Settembre. Allora possiamo volere bene e volere il bene, perché il bene va condiviso e perché siamo quello che condividiamo. Possiamo amare e cercare amore, trovarlo in una virgola tra due periodi, sommare quantità a qualità. Collocare le cose in un posto, un posto giusto, un luogo che potremmo chiamare parentesi ma che in realtà è semplicemente quella virgola piccola, presente, necessaria, inserita nella storia e viva tramite essa. Nostra.
“Sono con te, sono te, sono in te.”
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Il ponte delle lucciole.


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Fonte: Flickr

Le prime luci dell’alba bagnano la vallata e i campi che si possono ammirare da qui, sul ponte. Che magnifico mattino, che magnifico paese.
Ho le spalle ricurve e non riesco a raddrizzare la schiena, ci ho provato ve lo giuro, ma le sento più pesanti di un macigno.

Mi siedo sul cornicione e faccio penzolare le gambe nel vuoto mentre osservo la trama metallica delle inutili reti di protezione, posizionate più sotto. La strada dietro di me è vuota, forse è ancora troppo presto perché qualcuno si decida a divorare l’asfalto. Non un filo d’aria muove le molecole del giorno che sta nascendo ed io mi chiedo se ricordo ancora l’odore del vento. Sono stanco, e triste. A volte i problemi hanno la meglio sul mio umore ma io non ho paura di andare in pezzi, so che posso trovare la forza per ricostruire e riparare. È solo che tutto questo stanca e mi logora… Farlo ancora e ancora e di nuovo. Dopo non so più come continuare a resistere. Che cosa si può fare dopo gli ennesimi pezzi che graffiano il suolo?

Guardo giù, sono parecchio in alto ma tanto a me delle vertigini non è mai importato nulla. Sarà veloce e nessuno se ne accorgerà. Mi sto tormentando inutilmente.

Dicono che il ponte sia la postazione perfetta per vedere le lucciole dei campi e dei boschi in lontananza: tante piccole comete che esplodono ad intermittenza, barlumi di migliaia di stelle cadute sulla terra invece che consumate nel cielo. In realtà non le ho mai viste, speravo di scorgerle prima che facesse giorno. Forse le lucciole non esistono e quella voce era soltanto una burla, una tremenda dolce bugia per gli stupidi romantici, decadenti come me. Forse si sono spente da un pezzo e niente e nessuno potrà riaccenderle più.

Io ci provo ad essere buono, ci ho provato. Ma la vita non è stata buona con me. La vita non è stata buona.
E sono stanco, stanco, stanco, stanco, stanco.

*

La vita è sacra ed è banalmente l’unica che abbiamo. La vita è bella, può e deve esserlo anche nelle avversità eppure non tutti se lo ricordano. C’è chi se lo dimentica. C’è chi si dimentica quali sono le cose importanti: quelle semplici. Le emozioni. C’è chi se lo dimentica per un fatale attimo, chi per mesi, anni.

Resisti anche quando sei stanco. Resisti anche quando non ce la fai. Resisti anche se ti sei perso. Resisti, e con un po’ di impegno l’alba sarà di nuovo qui e la luce del sole darà colore alle tue vene.


👉Soundtrack (“To Build A Home (radio edit)” – The Cinematic Orchestra. Una delle tracce migliori della storia.)

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(3)1 gocce di pioggia.


Esattamente un anno fa alla stessa ora buttavo i libri sulla scrivania e avviavo il computer senza sapere cosa sarebbe successo dopo. Alcune decisioni si prendono per mancanza di alternative e altre perché dopo ci fanno sentire meglio. Ero una bomba inesplosa sul punto di scoppiare da un momento all’altro ma è bastato un solo foro per alleviare la pressione. Per far fluire in modo ordinato e spontaneo i pensieri e costruirgli argini a destra e sinistra. È stato un modo per incanalarli e concretizzarli permettendo la depressurizzazione della calotta cranica. Dopodiché, col passare del tempo, le due rive si sono distanziate sempre di più e il fiume si è allargato, espandendosi naturalmente negli spazi vuoti. Quel giorno non sapevo cosa avrei fatto o come avrei dato senso alla mia testa piena di parole, e poi è nato questo blog. Compagno silenzioso di avventure e scatola in cui mettere le cose fuori posto. Mi ha donato tanto, forse più lui a me che viceversa, mi ha riempito di inaspettate soddisfazioni. In un anno ha riflettuto ad ogni istante la mia immagine per consentirmi di passare attraverso lo specchio e abbracciare gli spigoli. Dovreste farlo anche voi: abbracciate gli spigoli. Read More

Se io non fossi io e tu non fossi tu.


Una luce troppo bianca mi trafigge gli occhi e sono costretto a serrarli di scatto; sento freddo alle gambe. Sono disteso sulla barella che qualcuno sta spingendo con lentezza nel corridoio.
« L’hanno fatto? » riesco a borbottare mentre lotto contro il torpore degli anestetici « Vi prego ditemi che non l’hanno fatto. »
L’infermiera si ferma davanti l’ascensore, lascia cadere le mani dalla sbarra e si sposta alla mia destra. Mi guarda con un’espressione indecifrabile mentre dice:
« No. Non l’hanno fatto, è ancora tutto intero. » Le porte dell’ascensore si aprono con un lieve trillo e lei mi spinge dentro, poi si posiziona nell’angolo libero e preme un tasto per scendere ai piani inferiori. « È stato fortunato, ancora pochi secondi e non ci sarebbe stato più modo di tornare indietro. » aggiunge.
« Li ho fermati giusto in tempo, eh? » inarco il collo per tentare di guardarla. Entrambi pieghiamo gli angoli della bocca in un sorriso strano. Forse di significato differente. Due sorrisi possono essere uguali nelle movenze e nell’anatomia ma molto diversi sui sentimenti che gli attribuiamo.
Le porte dell’ascensore si richiudono.
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All’angolo di via Rossini.


Ecco, è appena giunta. La notizia. Nel paese, ad una via poco distante da casa mia, un carabiniere ha sparato alla moglie e ha tentato il suicidio. La moglie è morta. Sapete, arrivare a questa via che si chiama via Rossini è una sciocchezza. Venite da me, vi offro un caffè e qualche biscotto poi montate in macchina e ci andiamo. Due minuti a dir tanto. Si sale verso il centro e con 180 secondi scarsi svoltando a destra imbocchiamo via Rossini. È una strada piccola, all’inizio si staglia la sede succursale di un liceo classico, poi una palestra, una farmacia, un ristorante cinese di fronte ad un supermercato (che ora forse non c’è più), un giardino con un’altalena e qualche gioco, una scuola materna ed elementare, un forno, case, un paio di bar. In fondo se volete c’è un edicola per comprare il giornale e un parcheggio per le macchine. Ci sono passato verso l’ora di pranzo e forse un paio d’ore dopo è avvenuto il fatto. Due ore di distanza temporale mi hanno separato da un colpo di pistola esploso in una via come ce ne sono tante altre, a pochi passi da dove abito. A casa. Più tardi devo uscire e ci passerò di nuovo. Immaginate se fossi stato lì proprio in quel momento… Se fossi stato testimone dell’accaduto. Quale sarebbe stata la mia reazione? Una donna è morta, forse sarei sceso dalla macchina e sarei corso da lei, lasciando l’auto in mezzo alla strada con la portiera aperta e le chiavi nel quadrante, magari il motore ancora acceso, forse sarei rimasto impietrito e impotente di fronte al seguente tentativo di suicidio del marito, forse avrei come prima cosa chiamato un’ambulanza o la polizia, al sicuro nell’abitacolo della macchina. Non sarei scappato, forse non sarei nemmeno rimasto fermo. Invece ero a casa. A via Rossini c’ero già passato, avevo finito di mangiare e stavo conversando con i miei in cucina. E contemporaneamente a poca distanza da me una persona moriva mentre noi continuavamo con le nostre vite, ignari. Beati. Read More

Sedici rintocchi.


Vi capita di andare in fissa con una certa canzone? O con l’intero album di un artista? O con un paio di tracce di diverso genere? Ma che domande, certo che vi capita. Ci sono quelle tracce, quelle canzoni trasmesse alla radio, quella musica sentita all’improvviso in un film, quel sottofondo di una pubblicità o di un video su YouTube, quei suoni che capitano per caso e che sembrano fatti apposta per quel momento della vostra vita. A volte trattasi di una traccia che vi disgusta, ma soltanto all’inizio. Succede che poi il mondo sembra congiurare contro di voi e ve la fa entrare per forza in testa trasmettendola ovunque. Quindi ci andate in fissa. E no, non parlo dei tormentoni estivi tunze tunze o delle musichette della boyband di turno che tenta di affascinare le ragazzine. Parlo di musica vera. Di quella che entra in risonanza nella vostra cassa toracica e vorreste strapparvi i vestiti di dosso perché basta lei.


Spesso riesci a trovare la colonna sonora perfetta per le tue emozioni, precisa e puntuale in quel dato momento: una delusione d’amore o un matrimonio, una gita al mare o la notte prima di un esame, la parentesi prima di cadere in un sonno profondo o il pomeriggio trascorso a correre al lago o in bicicletta. Addirittura qualcuno arrivò a ritenere che la musica fosse una forma di doping nello sport. In effetti la musica è il mio doping personale. La ascolto mentre scrivo, mentre studio (a basso volume), mentre corro, quando faccio una doccia, quando non ho voglia di studiare, mentre sono in macchina, in viaggio, sul treno, prima di addormentarmi. La ascolto quando guardo i tramonti. Quando voglio condividerla con qualcuno e quando voglio stare solo. La musica ha un ruolo essenziale nella mia vita, anche se non fossi stato un ballerino o un amante dell’arte sono sicuro che avrebbe esercitato comunque un potere particolare sulla mia anima. Tutte le volte ascolto le tracce in base al mio umore, alcune vanno bene quando è una giornata soleggiata, altre quando piove o addirittura quando nevica. Altre quando piove dentro di me. Sempre perennemente sincronizzate con i miei stati d’animo. La musica è necessaria ed elargisce significato al nostro senso dell’udito. La colonna sonora della vita rende decisamente più bello il viaggio e a volte grazie alla musica puoi viaggiare anche semplicemente stando fermo nella tua stanza. Read More

Raccontami i tuoi giorni migliori.


 [ Photo credit: Instagram Kakuroozu ]

Ho sempre pensato che l’amore non sia nella testa, né nel petto: lì ci arriva dopo. In un cervello che pensa e in un cuore che pulsa sono situati i centri organizzativi anatomici e poetici dell’essere umano e delle sue relazioni con l’ambiente circostante. Fisiologia, biochimica, molecole, trasmettitori.

L’amore è qualcosa di meno nobile.

Ti annoda le viscere e ti comprime i polmoni. È qualcosa che senti nella pancia, nel ventre, nelle mani che tremano. Cresce fino a diventare una seconda massa pulsante del mediastino e soffoca tutto ciò che ha intorno. È spirito incarnato in un gesto primitivo e viscerale. Idea che affascina le menti degli uomini da secoli: tutti ne parlano, tutti ne scrivono, tutti ne leggono, tutti ne sentono l’odore e qualcuno vuole addirittura dimenticarsene. Che odore ha l’amore? Quello delle persone che amiamo. Libri e poesie hanno fatto scorrere zattere di carta su fiumi di inchiostro per narrare il potere, la bellezza e le contraddizioni dell’amore, la molteplicità delle sue forme, la complessità dei sentimenti.

L’amore deve complicarti la vita e poi risolvertela. Tormentarti e poi donarti sollievo. Spezzarti e poi ricostruirti. Necessita di moltiplicarsi ed estendersi nella materia, perciò ruba te, strappa via alcuni pezzi e ne sequestra altri per farsi spazio e tu ti senti come le pagine accartocciate e frammentate di un libro vecchio e malandato. Ti senti rubato. Invaso. L’amore ti infiltra le membra e frattura le tue ossa per insinuarsi in ogni angolo. Non bussa, arriva e basta. Ti scava una voragine perché deve prosciugarti e poi riempirti di linfa nuova. Ti schiaccia contro la parete e sostituisce ogni tuo pensiero con le sue opinioni. Esplode e rade al suolo tutto ciò che trova e poi rimette in piedi gli edifici della tua anima, progetta, crea, fertilizza i terreni distrutti per far crescere nuovi alberi da frutto. Inventa nuove parti di te e spolvera gli angoli più polverosi. L’amore ha bisogno di te e dell’energia che possiedi e richiede costantemente le tue attenzioni, si trasforma in una creatura insensibile ed egoista che ti incatena e ti tiene legato a sé. Diventa la tua prigione, ma qualche volta ti lascia libero. È la più grande forza e al contempo la più grande debolezza dell’essere umano. L’amore ti tende mille trappole e poi allunga la mano per aiutarti ad uscirne fuori. Si confronta con la noia e il rischio dell’abitudine e ha sempre bisogno di altri pezzi di legno per nutrirsi, per alimentare la fiamma nata dalla sua scintilla. L’amore è paragonato ad un fuoco perché attiva tutte le cellule del tuo corpo e ti risveglia i sensi, sviluppa combustione e consuma ossigeno, poi divampa l’incendio che ti brucia la carne fino al punto in cui percepisci freddo, fino al punto in cui ti congeli, fino al punto in cui non senti più nulla e non capisci più niente. Fino al punto in cui fuoco e ghiaccio si mischiano e si confondono e non sai più distinguerli. Si fondono e per un attimo tutto è immobile, un attimo dopo l’aria si spacca e ogni atomo schizza via come impazzito, per poi distribuirsi equamente tra gli altri secondo un disegno casuale eppure perfetto. Ciò che si ottiene è l’equilibrio. Un equilibrio che vibra e trema. L’amore evolve, attraversa diverse fasi, stadi di transizione, cresce e ti regala paradisi in terra, nel frattempo ti fa sprofondare all’inferno al centro del pianeta. Ti scuote e ti tiene saldo mentre aspetti che la tua testa smetta di girare. È il motore che permette la rotazione terrestre, è la bilancia della tua esistenza. Non c’è amore senza tormento, non c’è senza pace. Non c’è senza fuoco e ghiaccio, e nemmeno senza dolore. Non c’è senza calore e senza gioia. Senza rabbia, senza felicità. Senza favola e senza terrore. Non c’è senza sogni e senza lacrime. Senza vita e senza morte, ἔρως e θάνατος, uniti in un binomio che galleggia a mezz’aria. L’amore ti mette alla prova sempre, e grazie ad esso puoi diventare una persona migliore. L’amore è intensità. Read More