Extrasistoli (Considerazioni random sulla vita #2).


MAS-Antwerpen

Mi ero dimenticato cosa volesse dire avere caldo. Mi ero dimenticato cosa fosse l’estate.

I miei cani mi hanno fatto le feste e sono quasi impazziti di gioia, così mi sono sentito davvero insostituibile per qualcuno.

Il viaggio è stato così confortevole che ero sul procinto di addormentarmi. Non l’ho fatto, perché troppi pensieri affollavano la mia mente.

Ho fatto il primo bagno al mare. Il 30 luglio.

Ho dormito nella mia stanza e quando mi sono svegliato mi sembrava tutto fuori posto.

Non è cambiato niente, ma è cambiato tutto. Non si è più gli stessi al ritorno.

Mi è stato detto che parlo anche con i muri.

Ho imparato ad accettare i silenzi e ad amarli per quello che sono, ossia non silenzi. Perché ho capito che non li rendo mai realmente muti, c’è sempre un angolo di me che sta gridando. Read More

Liebster Award – Cercatoredifavole


liebsternewblog

Ragazzi perdonatemi ma quando sento parlare di nomination mi viene subito in mente, nell’ordine: Grande Fratello, tv spazzatura, bestemmie, 1984, degrado, Grande Fratello, 1984, bestemmie, spazzatura, degrado.
In questa sede invece si tratta di qualcosa di più divertente e sicuramente dagli intenti molto più apprezzabili. Con il Liebster Award (di cui esistono molte versioni) ci si mette in gioco e si apre una finestra sul background del mondo blog e sugli autori che ne fanno parte. È la prima volta che vengo nominato per qualcosa del genere e sono molto contento ed entusiasta.
Ringrazio con particolare affetto undiciTuit per la nominéscion (!!) e per la possibilità di partecipare e di contribuire al networking. Read More

22.



Come anticipato nel precedente post ho aderito con estremo piacere al progetto #NoiLiAbbiamoAiutatiCosì, gestito da Moto39 blog, che ringrazio molto (cliccate sui link sottolineati per tutte le info).

Questo è il racconto inerente al tema che è scaturito dalla mente del Cercatore. Il contributo è stato pubblicato qualche giorno fa sul blog Moto39. Spero davvero che vi piaccia, prende in considerazione i recenti fatti di cronaca. Vi consiglio di riprodurre la traccia che vedete in apertura post come accompagnamento musicale durante la lettura.


22 MARZO.

Una normale giornata di lavoro. Doveva essere solo una normale giornata di lavoro. Ora invece non sento più alcun suono e il fumo offusca la mia vista. Mi chiamo Abdullah, devo tossire ma non oso farlo e mi scoppiano i polmoni a forza di trattenere i conati di vomito insieme alla cenere penetrata nelle vie aeree. Sono disteso a terra e mentre sbatto convulsamente le palpebre un rombo di tuono sembra perforare la parete insonorizzata dei miei timpani. Non riesco a decifrarne l’origine ma possiede certamente un ritmo.
Provo a muovermi ma il mio corpo non funziona, io non funziono. Il terrore paralizza ogni centimetro quadrato di muscolo e vedo il mio petto alzarsi e abbassarsi troppo velocemente. Cosa è accaduto, chi, come, quando? Dove? Avverto qualcosa di appuntito e tagliente fare pressione sulla mia gamba e dei filamenti della consistenza di un capello sui palmi delle mani. Quello che sembrava un tuono altro non è che il mio stesso cuore che batte nelle orecchie, batte e ribatte ed ogni colpo è un martello impietoso sulla tempia. Il sangue pulsa nelle vene e fluisce e continua a dare vita ai miei organi in un vortice che rende il mondo un posto alquanto confuso. Una mano non me la sento più.
Era una normale giornata di lavoro e poi è successo quello che non doveva succedere. Read More

Progetto “NoiLiAbbiamoAiutatiCosì”


Cercatoredifavole aderisce con entusiasmo al progetto “LiAbbiamoAiutatiCosì” promosso e gestito dal blog Moto39! 😀

Cliccate sul link e sull’hashtag sotto la foto per maggiori informazioni! Ed ecco il mio contributo in forma di post.
#LiAbbiamoAiutatiCosì

Rasoio e spazzolino.


Mentre cammino a passo svelto verso la fermata dell’autobus, scatta il rosso al semaforo pedonale e devo arrestare la mia corsa. Rischio di perdere il mezzo e con esso l’opportunità di arrivare perfettamente in orario, ma poco male, ne passa uno ogni 10 minuti. Voglio comunque provare ad intercettare quello delle 07:52. Scatta il verde e la massa di persone che nel frattempo si è accumulata durante l’attesa muove il primo passo all’unisono, come se fosse guidata dallo stesso invisibile direttore d’orchestra. I ritardatari, gli agitati, i corridori, gli ossessivo-compulsivi, i perfezionisti, si riconoscono subito. La prima falcata è sempre più lunga di quella degli altri. Così siamo in 3 o 4 a staccarci dalla massa e ad andare in testa.

Sono trascorsi quasi due mesi dal mio trasferimento nella nuova città. Quasi un terzo del periodo previsto all’estero… Sulla mensola accanto allo specchio del bagno ho ancora l’astuccio che contiene tutto l’occorrente, come se stessi pernottando in albergo per una settimana. Qualcosa di breve e temporaneo, una parentesi distratta capitata per caso. Ogni giorno ripongo lo spazzolino, il dentifricio, il rasoio e tutto il resto. Tutto torna dentro l’astuccio. È piuttosto capiente dopotutto. Read More

Considerazioni random sulla vita #1


antwerp-1400_crop1400x560_tcm16-2395E insomma… Il trasferimento è arrivato. Credevo che un essere umano avesse un limite numerico di cose che potesse o riuscisse a fare, invece penso con molta modestia di aver oltrepassato quel limite e di aver battuto la persona con il precedente record mondiale di impegni e scadenze. Ovviamente qualsiasi studente nella situazione analoga avrà affrontato il medesimo carico di stress e tensione, ma io sono nella mia testa, non in quella degli altri, e per me tutto ciò ha rappresentato una novità assoluta dalla sconvolgente portata emotiva. Chiunque stia conducendo esperimenti per creare giornate di 48 ore è pregato di contattarmi al più presto. Read More

Io non sono arrivato.


BANKSY

L’acqua è fredda. Me l’aspettavo, ma il mio corpo non era preparato. Sento l’adrenalina entrare in circolo, i muscoli contrarsi e le pulsazioni aumentare, cerco di capire cosa stia succedendo intorno a me. Muovo le braccia come facevo da bambino al lago Qattineh quando mio fratello voleva insegnarmi a nuotare, mentre il fragore del mare sovrasta le grida. D’un tratto avverto una pressione sulla spalla sinistra e dei gesti convulsi. Non faccio in tempo ad inspirare. Vado giù.

Fa caldo. Una lama di luce entra da non so dove, forse da una fessura del portellone del tir, e le orecchie mi fanno male. Vorrei coprirle con le mani ma non posso muovermi. Ho i crampi ad una gamba e non posso muovermi. Vorrei intimare a tutti di stare zitti e di smetterla di gemere. La donna alla mia destra soffoca un singhiozzo disperato e avrei voglia di schiaffeggiarla; quella alla mia sinistra tiene il collo in iperestensione per agguantare più aria possibile dall’alto. La maglia lacera mi si è incollata alla schiena fradicia di sudore e provo quasi disgusto per il tanfo che si avverte nell’aria. Eppure siamo tutti figli della stessa terra. Ho la gola secca, mi fa male, vorrei gridare. Faccio respiri corti e agitati, non posso muovermi. Non posso.

Il mio volto riaffiora in superficie e prendo aria disperatamente. Comincio ad ansimare e scalcio per salire ancora, allontano chiunque sia intorno a me con dei colpi alla cieca. Il mare è mosso, un’onda mi ributta giù di nuovo e l’acqua mi brucia la gola e mi entra nei polmoni. Tengo gli occhi serrati e la mascella contratta. Sott’acqua qualsiasi rumore è ovattato e attutito e invece quando torno su sputacchiando e tossendo ogni suono esplode intorno a me. Sono stordito. Provo a mettere in pratica tutte le lezioni di nuoto che mi ha dato mio fratello e riesco a rimanere a galla: una foglia strappata dal vento in balìa dell’occhio di un ciclone. Cerco convulsamente la barca con lo sguardo.

Ho sete. Ho caldo. Mi manca l’aria. Siamo schiacciati e pressati come animali da macello. Questa è l’immagine più appropriata per descriverci: bestie in fuga che non hanno diritto alla dignità. Il ragazzino a pochi millimetri dalla mia clavicola ha la bocca spalancata e le labbra spaccate. Ha le palpebre semichiuse e vedo il bianco impressionante dei suoi occhi. È disidratato, sì mi sembra che abbia estremo bisogno di acqua. Di acqua non ne abbiamo. Ho perso la concezione del tempo, non posso muovermi, non c’è un buon odore nell’aria. Non riesco a muovermi.

Il barcone è lì, innocuo e placido, come se stesse aspettando con calma che salissimo. Sembra ancora una possibilità di salvezza ma sta scendendo impercettibilmente verso il basso, affonda secondo dopo secondo mentre viene sballottato dalle onde. Intorno a me il rumore del mare mosso e grida. Tutti gridano e chiamano dei nomi o emettono esasperati versi di panico. Il sole è tramontato e i miei occhi non distinguono bene i contorni e le figure che appaiono sfocate, quasi in preda a convulsioni. Per un attimo nuoto freneticamente verso la barca ma poi un gomito spuntato dal nulla mi spacca lo zigomo. Sento dolore, tanto, vorrei gridare, mi manca il fiato. State FERMI. Risparmiate energie e calore, controllate il vostro corpo. Mettete in moto quella merda di cervello che vi ritrovate.

Sento che la mia mente comincia ad allontanarsi. Voglio andare via, voglio uscire. La donna alla mia destra non singhiozza più, è immobile e ferma in una posizione innaturale da un po’, sembra quasi un manichino spezzato. Una bambola rotta. Non so da quanto tempo non la sento più lamentarsi. È così ridicola nella penombra che mi fa ridere. Vorrei ridere, mi esce un latrato strozzato. Mi chiedo se questo inferno avrà fine… Ho tanta sete. Il ragazzino disidratato ha abbandonato la testa su una spalla e ciondola seguendo i sussulti del camion, i riccioli sporchi e imbiancati di polvere. Faccio un leggero colpo di tosse, qualcuno respira affannosamente e qualcun altro ha la gabbia toracica compressa. Il mio naso non sente più odori. Guardo con più attenzione il ragazzino sfruttando la poca luce che entra dal fondo.

La costa non sembrava lontana. Ma ora con l’avanzare dell’oscurità non so più in che direzione sia. Nuvoloni neri si avvicinano e si accumulano sopra di noi ad oscurare gli ultimi residui di tramonto. Cerco di rimanere a galla con il minimo dispendio di energie, di isolarmi dal caos e dalle urla, combatto contro l’impulso di piangere e provo a rilassare il diaframma. Qualcosa mi pungola la schiena, fletto il collo e vedo un corpo riverso che viene sospinto dalle onde. Immobile. È un cadavere qui nel mare, uno dei tanti, non respira e non lo farà mai più.

Credo sia entrato in uno stato comatoso, forse a malapena respira. La mancanza di acqua ci sta condannando a morte, la sudorazione ci ha fatto perdere troppi liquidi, non abbiamo idea di quando usciremo da qui. Qualcuno probabilmente è già morto, qualcuno ha avuto crisi di panico, qualcuno si è semplicemente rassegnato a morire come feccia umana e aspetta mestamente la sua ora. Non so se era peggio prima, o se è peggio questo. Read More

Nove passi per nove onde.


 

Quel momento in cui senti, in attesa. Drizzi le orecchie. La sabbia è ruvida, meglio percepirla con i piedi nudi. Scivoli, la gamba disegna un cerchio attorno a te. Non c’è un sopra e non c’è un sotto. Tutto è scuro, in fondo il tramonto è passato da un pezzo. Senti qualcosa, attendi ancora. Qualche stella ti saluta da lontano e tu ti accorgi di avere occhi. Poi allontani le mani dalla testa e ti accorgi di avere orecchie. Quello è il momento in cui senti: il frastuono delle onde esplode in te.

Il mare da sogno? Sì, bello. È il mare da vacanza. Una, due, tre settimane al massimo. Il mare dell’ogni tanto e del qualche volta. Del riposo e del pulito. Dell’ostentazione. Mare calmo e pelle asciutta. Eppure… Io preferisco il mare di tutti i giorni, quello sotto casa. Il mare del sempre. Di tutti i mesi. Della fatica e degli occhi chiusi. Mare mosso e pelle sporca. Sabbia ovunque perché è un mare vero, volubile. È quello che ti fa dire “Esisto.”. Quello dove ti immergi… e poi non risali più.

Cammini sulla sabbia. Il mare si sincronizza con il tuo umore. E allora speri che le onde possano lavare via le preoccupazioni, speri che le scritte sbiadiscano e che una nuova onda superi la precedente. Il mare migliora le cose.

Credo che le lacrime siano liberatorie e i sorrisi redimenti. Se piangi in acqua, nessuno se ne accorgerà. Se ti bagni, nessuno noterà che prima eri asciutto. Credo nel tempo e nel pianto, perché dopo le lacrime siamo tutti uguali.

Nove passi. È il tempo che ci vuole perché un’onda arrivi a toccarti i piedi. Non passi piccoli, da formica, nè enormi, da gigante. Nove passi paralleli al bordo del mare. O perpendicolari, se la spiaggia è solo una piccola lingua di sabbia. In media, ci vogliono nove passi per venirsi incontro, uno a testa, quattro a testa. Per un saluto, un abbraccio, una riconciliazione. Qualcuno che ci aspetta. Partendo nè da vicino nè da lontano. Così però 4×2 sono otto passi in totale, come si arriva a nove? Effettivamente c’è un altro passo, un quinto che in realtà è mezzo. Va fatto insieme, una gamba ciascuno per creare un semicerchio. Una simmetria. Uno specchio al contrario, perché di fronte a te non guardi altro che un te speculare.

Ciò che dai, ti ritorna indietro. Se chiedi scusa per primo, riceverai uno scusa a tua volta, se sei quello che tende le braccia, avrai un abbraccio in cambio. Se lanci sassi, sassi ti torneranno indietro. Se pensi che i “ti voglio bene” non siano mai troppi, allora non trattenerti. Gridali lanciali e gettali in mare. Dove tutto si spande, dove tutto è umano, dove tutto troverà la propria unità di misura. Falli cadere in acqua e poi fai nove passi per andare incontro a qualcuno. Prima che nove onde si infrangano sulla riva.

Speri che il rumore non si spenga mai. Speri che ti raggiunga, che un’onda ti raggiunga. Il mare è tutto intorno a te, è dove ci muoviamo, è dove nuotiamo in cerca di terra. Impariamo a rispettarne il movimento e impariamo a farne parte. Un giorno forse danzeremo con le onde, fuori dal mondo. Fuori dal mare.

Speri che le onde ti portino via. Lontano, dove non c’è niente.

Dove solo un’altra onda è quello che ti aspetta.

D.