Quando arriva domani (l’ora blu).


L’alba è un privilegio per pochi.

Ritrovarsi su un treno, su un aereo, su un autobus, di nuovo verso terre lontane e lontani inizi. Meglio farlo un soffio prima che spunti il giorno, o quando il tramonto che ci ha preceduti assume un colore tenue di alba confusa.

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Il ponte delle lucciole.


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Fonte: Flickr

Le prime luci dell’alba bagnano la vallata e i campi che si possono ammirare da qui, sul ponte. Che magnifico mattino, che magnifico paese.
Ho le spalle ricurve e non riesco a raddrizzare la schiena, ci ho provato ve lo giuro, ma le sento più pesanti di un macigno.

Mi siedo sul cornicione e faccio penzolare le gambe nel vuoto mentre osservo la trama metallica delle inutili reti di protezione, posizionate più sotto. La strada dietro di me è vuota, forse è ancora troppo presto perché qualcuno si decida a divorare l’asfalto. Non un filo d’aria muove le molecole del giorno che sta nascendo ed io mi chiedo se ricordo ancora l’odore del vento. Sono stanco, e triste. A volte i problemi hanno la meglio sul mio umore ma io non ho paura di andare in pezzi, so che posso trovare la forza per ricostruire e riparare. È solo che tutto questo stanca e mi logora… Farlo ancora e ancora e di nuovo. Dopo non so più come continuare a resistere. Che cosa si può fare dopo gli ennesimi pezzi che graffiano il suolo?

Guardo giù, sono parecchio in alto ma tanto a me delle vertigini non è mai importato nulla. Sarà veloce e nessuno se ne accorgerà. Mi sto tormentando inutilmente.

Dicono che il ponte sia la postazione perfetta per vedere le lucciole dei campi e dei boschi in lontananza: tante piccole comete che esplodono ad intermittenza, barlumi di migliaia di stelle cadute sulla terra invece che consumate nel cielo. In realtà non le ho mai viste, speravo di scorgerle prima che facesse giorno. Forse le lucciole non esistono e quella voce era soltanto una burla, una tremenda dolce bugia per gli stupidi romantici, decadenti come me. Forse si sono spente da un pezzo e niente e nessuno potrà riaccenderle più.

Io ci provo ad essere buono, ci ho provato. Ma la vita non è stata buona con me. La vita non è stata buona.
E sono stanco, stanco, stanco, stanco, stanco.

*

La vita è sacra ed è banalmente l’unica che abbiamo. La vita è bella, può e deve esserlo anche nelle avversità eppure non tutti se lo ricordano. C’è chi se lo dimentica. C’è chi si dimentica quali sono le cose importanti: quelle semplici. Le emozioni. C’è chi se lo dimentica per un fatale attimo, chi per mesi, anni.

Resisti anche quando sei stanco. Resisti anche quando non ce la fai. Resisti anche se ti sei perso. Resisti, e con un po’ di impegno l’alba sarà di nuovo qui e la luce del sole darà colore alle tue vene.


👉Soundtrack (“To Build A Home (radio edit)” – The Cinematic Orchestra. Una delle tracce migliori della storia.)

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Untitled (part 2), aka un attimo prima dell’alba.


Il vento soffia forte e sembra spingermi avanti, verso qualcosa. Sono tante piccole dita che mi spintonano e premono e pungolano in punti diversi e in momenti diversi tanto che ho l’impressione di scompormi in mille piccoli pezzi, come i frutti del dente di leone. Sì, proprio quelli che appaiono come minuscoli fiorellini, le parti di un tutto, che fuggono alla prima folata di vento o al primo soffio umano. Il dente di leone, o “soffione”, si sgretola in tanti ciuffi bianchi leggeri come piume: sono i frutti che consentono il proseguimento della specie. Un paracadute e un capolino per viaggiare lontano e agevolare grazie al vento la dispersione del seme, assicurando la progenie al dente di leone. Io vorrei dissolvermi in tanti piccoli fiori e avere milioni di occhi per ogni parte di me trascinata via dalla brezza. Essere contemporaneamente in più posti e vedere i fiumi, le montagne, i vulcani e le isole. Avere un paracadute e planare dolcemente su una nuova terra. Essere un soffione e seguire la bussola del vento. Read More

V. Quando all’alba nasce l’arte.


Dance first, think later.

Ballare danzare sono due parole che non renderanno mai il concetto se pronunciate con leggerezza. Non trasmetteranno mai tutto il significato che io attribuisco al movimento sulla musica e con la musica. Non potranno scorrervi nelle vene alla velocità con cui lo fanno nelle mie. Non saranno mai in grado di parlarvi all’orecchio, e di toccarvi il cuore. Perché questo fa la danza con me, mi tocca il cuore e me lo muove. Mi parla e mi sussurra confidenze, mi abbraccia e non lascia mai la mia mano. Comunica in un linguaggio che conosco solo io, ritmi passi e tempi, la musica è lo strumento con cui rivela i suoi segreti. Danzare è un rituale, una forma d’arte nata all’alba. Dall’esigenza di contare le stelle scomparse all’orizzonte è nato il movimento, dallo scalpiccio dei piedi sulla terra è nata la musica che lo accompagna. Il tramonto era ieri, il tramonto è già passato, il tramonto è già lì. La danza si serve delle dita, delle mani, dei piedi, delle gambe, delle braccia, della schiena, del volto, della pancia, per esprimere il senso del sole che sorge. Si fonde con la musica per creare energia e propagarla nello spazio e nel tempo anche in assenza di mezzo. Un saluto al mattino, una carezza al buio della notte che scivola via. Si apre il sipario, lo spettacolo inizia.

Nei pochi secondi che precedono l’inizio di una coreografia, c’è il silenzio che solo gli altri possono percepire. Il cuore pompa velocemente sangue in corpo e nelle mie orecchie c’è il frastuono delle pulsazioni accompagnato da un vortice di rumori. Io il silenzio non lo sento. Sento le mie emozioni. Sento il mio respiro affannato, un atto automatico compiuto involontariamente che passa così inosservato da esistere appena. Eppure in quel momento sento che sto respirando. L’aria invade i polmoni, le spalle si sollevano quasi convulsamente. Il sudore mi cola sulla fronte e sul naso, prude… poi la prima nota.

Tutto è nato con l’hip hop. Ad essere sinceri, questo accadde una decina di anni fa e ho dimenticato quale fu il motivo per cui decisi di cominciare a ballare. Del tutto dimenticato. Forse fu per caso, forse fu per un video, o per una canzone, forse fu istinto, naturale prosecuzione del camminare. Forse, rivisitando una citazione di Nietzsche, da quando ho imparato a camminare mi piace ballare. Forse fu una crew vista in TV o ad uno spettacolo a teatro. Non ricordo, in dieci anni è accaduto tanto e la danza è stata semplicemente il prolungamento di un mio braccio. Naturale, giusta, fedele. In tutto questo tempo ho avuto due cuori che battevano nel mio petto. Tutti sappiamo cosa significhi avere una passione che vada al di là di un semplice pretesto per passare il tempo. Le molecole del nostro corpo vibrano ed entrano in risonanza con i suoni attorno a noi, l’aria stessa si incrina e la gioia scorre liquida uscendo dai nostri occhi e scendendo sulle guance, sul viso, sul mento. La felicità che deriva dal perseguire la propria passione è impagabile. Read More