Quando arriva domani (l’ora blu).


L’alba è un privilegio per pochi.

Ritrovarsi su un treno, su un aereo, su un autobus, di nuovo verso terre lontane e lontani inizi. Meglio farlo un soffio prima che spunti il giorno, o quando il tramonto che ci ha preceduti assume un colore tenue di alba confusa.

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19. Untitled (part 3), aka “oltre”.


Ore 19:00. 72 ore dopo part one e 24 ore dopo part two sono qui a tirare le somme. Scrivere delle mie incertezze è stato una sorta di viaggio catartico alla ricerca della pace. Pace alle preoccupazioni, pace all’ansia che attanaglia le viscere, pace alla paura del futuro. Quando la mente si impegna in voli pindarici e riflessioni profonde il rischio è quello di incartarsi e di perdersi nei meandri dei propri pensieri, in un loop senza fine. A volte ci si addentra troppo in profondità. A volte ci si perde in se stessi, senza avere la più pallida idea di dove siamo finiti. A volte serve una chiacchierata in macchina per ritrovare tranquillità. A volte ci serve una lampadina, ne basta una per rischiarare qualche impronta lasciata sulla terra e capire che è da lì che siamo venuti. E allora basta tornare indietro, dove tutto è iniziato. Percorrendo una strada parallela ma non identica al viaggio che ci ha portato dove ci ha portato. A volte torneremo esattamente allo stesso punto di partenza, altre volte invece saremo più distanti perché avremo preso una scorciatoia e scopriremo una porticina che prima non avevamo notato, altre ancora arriveremo oltre. A volte si ha semplicemente bisogno di chiudere il cerchio. E di andare oltre, oltre l’orizzonte dei propri pensieri. Read More

Untitled (part 2), aka un attimo prima dell’alba.


Il vento soffia forte e sembra spingermi avanti, verso qualcosa. Sono tante piccole dita che mi spintonano e premono e pungolano in punti diversi e in momenti diversi tanto che ho l’impressione di scompormi in mille piccoli pezzi, come i frutti del dente di leone. Sì, proprio quelli che appaiono come minuscoli fiorellini, le parti di un tutto, che fuggono alla prima folata di vento o al primo soffio umano. Il dente di leone, o “soffione”, si sgretola in tanti ciuffi bianchi leggeri come piume: sono i frutti che consentono il proseguimento della specie. Un paracadute e un capolino per viaggiare lontano e agevolare grazie al vento la dispersione del seme, assicurando la progenie al dente di leone. Io vorrei dissolvermi in tanti piccoli fiori e avere milioni di occhi per ogni parte di me trascinata via dalla brezza. Essere contemporaneamente in più posti e vedere i fiumi, le montagne, i vulcani e le isole. Avere un paracadute e planare dolcemente su una nuova terra. Essere un soffione e seguire la bussola del vento. Read More

Untitled (part 1).


Sono le 19:00 ed è già buio. Piove. Forse è buio perché piove o credo piova perché è buio. Forse c’è qualche nuvola scura nella mia testa, qualche perturbazione atmosferica dentro le mie orecchie. Nella stanza non ho acceso la luce perché mi dava fastidio agli occhi, ma solo lo stereo e lo schermo del computer che con il suo riverbero chiaro accarezza la musica zampettante dagli altoparlanti. Mi piace, mi sento in un angolo protetto, la porta chiusa, il mio spazio. È buio e non c’è niente che io possa fare per mandare indietro l’orologio e far tornare il giorno, e una lampadina accesa sarebbe stata solo una lampadina della notte. Voglio che i miei occhi si abituino alla visione in gradazione di grigi, a quei puntini scuri che sembrano muoversi come le interferenze di una vecchia TV. La luce avrebbe permesso di vedere la strada e il panorama intorno a me, ma si è fatto tardi e solo un ombrello potrebbe farmi compagnia in questo istante. Voglio adattarmi al cambiamento, al cielo scuro e alle gocce di pioggia che mi bagnano la schiena, lasciarmi andare e farmi portare dalla corrente, sentirmi una foglia nel vento. Un granello di sabbia che non oppone resistenza al continuo mutare degli eventi e chissà in quale duna o abisso finirà. Read More

Raccontami i tuoi giorni migliori.


 [ Photo credit: Instagram Kakuroozu ]

Ho sempre pensato che l’amore non sia nella testa, né nel petto: lì ci arriva dopo. In un cervello che pensa e in un cuore che pulsa sono situati i centri organizzativi anatomici e poetici dell’essere umano e delle sue relazioni con l’ambiente circostante. Fisiologia, biochimica, molecole, trasmettitori.

L’amore è qualcosa di meno nobile.

Ti annoda le viscere e ti comprime i polmoni. È qualcosa che senti nella pancia, nel ventre, nelle mani che tremano. Cresce fino a diventare una seconda massa pulsante del mediastino e soffoca tutto ciò che ha intorno. È spirito incarnato in un gesto primitivo e viscerale. Idea che affascina le menti degli uomini da secoli: tutti ne parlano, tutti ne scrivono, tutti ne leggono, tutti ne sentono l’odore e qualcuno vuole addirittura dimenticarsene. Che odore ha l’amore? Quello delle persone che amiamo. Libri e poesie hanno fatto scorrere zattere di carta su fiumi di inchiostro per narrare il potere, la bellezza e le contraddizioni dell’amore, la molteplicità delle sue forme, la complessità dei sentimenti.

L’amore deve complicarti la vita e poi risolvertela. Tormentarti e poi donarti sollievo. Spezzarti e poi ricostruirti. Necessita di moltiplicarsi ed estendersi nella materia, perciò ruba te, strappa via alcuni pezzi e ne sequestra altri per farsi spazio e tu ti senti come le pagine accartocciate e frammentate di un libro vecchio e malandato. Ti senti rubato. Invaso. L’amore ti infiltra le membra e frattura le tue ossa per insinuarsi in ogni angolo. Non bussa, arriva e basta. Ti scava una voragine perché deve prosciugarti e poi riempirti di linfa nuova. Ti schiaccia contro la parete e sostituisce ogni tuo pensiero con le sue opinioni. Esplode e rade al suolo tutto ciò che trova e poi rimette in piedi gli edifici della tua anima, progetta, crea, fertilizza i terreni distrutti per far crescere nuovi alberi da frutto. Inventa nuove parti di te e spolvera gli angoli più polverosi. L’amore ha bisogno di te e dell’energia che possiedi e richiede costantemente le tue attenzioni, si trasforma in una creatura insensibile ed egoista che ti incatena e ti tiene legato a sé. Diventa la tua prigione, ma qualche volta ti lascia libero. È la più grande forza e al contempo la più grande debolezza dell’essere umano. L’amore ti tende mille trappole e poi allunga la mano per aiutarti ad uscirne fuori. Si confronta con la noia e il rischio dell’abitudine e ha sempre bisogno di altri pezzi di legno per nutrirsi, per alimentare la fiamma nata dalla sua scintilla. L’amore è paragonato ad un fuoco perché attiva tutte le cellule del tuo corpo e ti risveglia i sensi, sviluppa combustione e consuma ossigeno, poi divampa l’incendio che ti brucia la carne fino al punto in cui percepisci freddo, fino al punto in cui ti congeli, fino al punto in cui non senti più nulla e non capisci più niente. Fino al punto in cui fuoco e ghiaccio si mischiano e si confondono e non sai più distinguerli. Si fondono e per un attimo tutto è immobile, un attimo dopo l’aria si spacca e ogni atomo schizza via come impazzito, per poi distribuirsi equamente tra gli altri secondo un disegno casuale eppure perfetto. Ciò che si ottiene è l’equilibrio. Un equilibrio che vibra e trema. L’amore evolve, attraversa diverse fasi, stadi di transizione, cresce e ti regala paradisi in terra, nel frattempo ti fa sprofondare all’inferno al centro del pianeta. Ti scuote e ti tiene saldo mentre aspetti che la tua testa smetta di girare. È il motore che permette la rotazione terrestre, è la bilancia della tua esistenza. Non c’è amore senza tormento, non c’è senza pace. Non c’è senza fuoco e ghiaccio, e nemmeno senza dolore. Non c’è senza calore e senza gioia. Senza rabbia, senza felicità. Senza favola e senza terrore. Non c’è senza sogni e senza lacrime. Senza vita e senza morte, ἔρως e θάνατος, uniti in un binomio che galleggia a mezz’aria. L’amore ti mette alla prova sempre, e grazie ad esso puoi diventare una persona migliore. L’amore è intensità. Read More