Entropia.


New Year’s Resolution

Ti colpisce lì. Mentre sei su un ponte che collega due rive e due mondi distanti, quando l’acqua sottostante precipita vorticosa ma tu pensi di esserne al riparo, mentre sei su un treno che si butta nella foschia e prosegue incurante del suo destino, su un mezzo che si muove al tuo posto e che fa muovere anche te, quando ti adagi su un foglio di appunti senza importanza che esiste solo nella tua testa. Ti colpisce quando ti appoggi su una transenna metallica come il sapore del labbro spaccato dal freddo, quando il cielo scoppia per i fuochi d’artificio e quando il calore delle feste e degli addobbi non basta a scaldarti il cuore. Ti colpisce mentre sei su un traghetto che gioca con le onde e le gradazioni di grigio e poi la nebbia si dirada e rivela una sorpresa. Read More

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Quando arriva domani (l’ora blu).


L’alba è un privilegio per pochi.

Ritrovarsi su un treno, su un aereo, su un autobus, di nuovo verso terre lontane e lontani inizi. Meglio farlo un soffio prima che spunti il giorno, o quando il tramonto che ci ha preceduti assume un colore tenue di alba confusa.

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Trentasei trentaseiesimi (quarto motivo).


#11motivi

Trentasei su trentasei. Pensavo che alla fine dei sei anni avrei tratto un bilancio rimanendone entusiasta. Pensavo che sarei stato terribilmente euforico e che i salti di gioia sarebbero arrivati fino alla Luna. Invece il primo momento si è solo riempito di un senso di vuoto. Poi la stanchezza. Poi non ho sentito niente. A volte le situazioni risucchiano energia e risorse a lungo e la guarigione non è semplice né rapida.
Il punto è che mi sono sentito anestetizzato e privo di reali emozioni: quando ho guardato il centro del petto ho visto solo un cuore fatto di pietra, proprio io che, tanto ipocrita, professavo la ricerca dei fuochi d’artificio ogni giorno. Sono stato così tanto concentrato su stati d’animo auto-referenziali che ho dimenticato come si fa ad emozionarsi? Come si fa a sentire? Come si fa a gioire?
L’urto e l’insulto ripetuto hanno scatenato una reazione di difesa e desensibilizzazione e quindi cammino senza essere sveglio. Sorrido su una pelle che non si tira e respiro aria artificiale. Dove sono le cose belle? Ci devo pensare su, le devo scovare, scoprire, spolverare, tirare fuori da scatole nere e profonde. Quando dovrebbero essere qui.

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(3)1 gocce di pioggia.


Esattamente un anno fa alla stessa ora buttavo i libri sulla scrivania e avviavo il computer senza sapere cosa sarebbe successo dopo. Alcune decisioni si prendono per mancanza di alternative e altre perché dopo ci fanno sentire meglio. Ero una bomba inesplosa sul punto di scoppiare da un momento all’altro ma è bastato un solo foro per alleviare la pressione. Per far fluire in modo ordinato e spontaneo i pensieri e costruirgli argini a destra e sinistra. È stato un modo per incanalarli e concretizzarli permettendo la depressurizzazione della calotta cranica. Dopodiché, col passare del tempo, le due rive si sono distanziate sempre di più e il fiume si è allargato, espandendosi naturalmente negli spazi vuoti. Quel giorno non sapevo cosa avrei fatto o come avrei dato senso alla mia testa piena di parole, e poi è nato questo blog. Compagno silenzioso di avventure e scatola in cui mettere le cose fuori posto. Mi ha donato tanto, forse più lui a me che viceversa, mi ha riempito di inaspettate soddisfazioni. In un anno ha riflettuto ad ogni istante la mia immagine per consentirmi di passare attraverso lo specchio e abbracciare gli spigoli. Dovreste farlo anche voi: abbracciate gli spigoli. Read More

22.



Come anticipato nel precedente post ho aderito con estremo piacere al progetto #NoiLiAbbiamoAiutatiCosì, gestito da Moto39 blog, che ringrazio molto (cliccate sui link sottolineati per tutte le info).

Questo è il racconto inerente al tema che è scaturito dalla mente del Cercatore. Il contributo è stato pubblicato qualche giorno fa sul blog Moto39. Spero davvero che vi piaccia, prende in considerazione i recenti fatti di cronaca. Vi consiglio di riprodurre la traccia che vedete in apertura post come accompagnamento musicale durante la lettura.


22 MARZO.

Una normale giornata di lavoro. Doveva essere solo una normale giornata di lavoro. Ora invece non sento più alcun suono e il fumo offusca la mia vista. Mi chiamo Abdullah, devo tossire ma non oso farlo e mi scoppiano i polmoni a forza di trattenere i conati di vomito insieme alla cenere penetrata nelle vie aeree. Sono disteso a terra e mentre sbatto convulsamente le palpebre un rombo di tuono sembra perforare la parete insonorizzata dei miei timpani. Non riesco a decifrarne l’origine ma possiede certamente un ritmo.
Provo a muovermi ma il mio corpo non funziona, io non funziono. Il terrore paralizza ogni centimetro quadrato di muscolo e vedo il mio petto alzarsi e abbassarsi troppo velocemente. Cosa è accaduto, chi, come, quando? Dove? Avverto qualcosa di appuntito e tagliente fare pressione sulla mia gamba e dei filamenti della consistenza di un capello sui palmi delle mani. Quello che sembrava un tuono altro non è che il mio stesso cuore che batte nelle orecchie, batte e ribatte ed ogni colpo è un martello impietoso sulla tempia. Il sangue pulsa nelle vene e fluisce e continua a dare vita ai miei organi in un vortice che rende il mondo un posto alquanto confuso. Una mano non me la sento più.
Era una normale giornata di lavoro e poi è successo quello che non doveva succedere. Read More

Se io non fossi io e tu non fossi tu.


Una luce troppo bianca mi trafigge gli occhi e sono costretto a serrarli di scatto; sento freddo alle gambe. Sono disteso sulla barella che qualcuno sta spingendo con lentezza nel corridoio.
« L’hanno fatto? » riesco a borbottare mentre lotto contro il torpore degli anestetici « Vi prego ditemi che non l’hanno fatto. »
L’infermiera si ferma davanti l’ascensore, lascia cadere le mani dalla sbarra e si sposta alla mia destra. Mi guarda con un’espressione indecifrabile mentre dice:
« No. Non l’hanno fatto, è ancora tutto intero. » Le porte dell’ascensore si aprono con un lieve trillo e lei mi spinge dentro, poi si posiziona nell’angolo libero e preme un tasto per scendere ai piani inferiori. « È stato fortunato, ancora pochi secondi e non ci sarebbe stato più modo di tornare indietro. » aggiunge.
« Li ho fermati giusto in tempo, eh? » inarco il collo per tentare di guardarla. Entrambi pieghiamo gli angoli della bocca in un sorriso strano. Forse di significato differente. Due sorrisi possono essere uguali nelle movenze e nell’anatomia ma molto diversi sui sentimenti che gli attribuiamo.
Le porte dell’ascensore si richiudono.
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All’angolo di via Rossini.


Ecco, è appena giunta. La notizia. Nel paese, ad una via poco distante da casa mia, un carabiniere ha sparato alla moglie e ha tentato il suicidio. La moglie è morta. Sapete, arrivare a questa via che si chiama via Rossini è una sciocchezza. Venite da me, vi offro un caffè e qualche biscotto poi montate in macchina e ci andiamo. Due minuti a dir tanto. Si sale verso il centro e con 180 secondi scarsi svoltando a destra imbocchiamo via Rossini. È una strada piccola, all’inizio si staglia la sede succursale di un liceo classico, poi una palestra, una farmacia, un ristorante cinese di fronte ad un supermercato (che ora forse non c’è più), un giardino con un’altalena e qualche gioco, una scuola materna ed elementare, un forno, case, un paio di bar. In fondo se volete c’è un edicola per comprare il giornale e un parcheggio per le macchine. Ci sono passato verso l’ora di pranzo e forse un paio d’ore dopo è avvenuto il fatto. Due ore di distanza temporale mi hanno separato da un colpo di pistola esploso in una via come ce ne sono tante altre, a pochi passi da dove abito. A casa. Più tardi devo uscire e ci passerò di nuovo. Immaginate se fossi stato lì proprio in quel momento… Se fossi stato testimone dell’accaduto. Quale sarebbe stata la mia reazione? Una donna è morta, forse sarei sceso dalla macchina e sarei corso da lei, lasciando l’auto in mezzo alla strada con la portiera aperta e le chiavi nel quadrante, magari il motore ancora acceso, forse sarei rimasto impietrito e impotente di fronte al seguente tentativo di suicidio del marito, forse avrei come prima cosa chiamato un’ambulanza o la polizia, al sicuro nell’abitacolo della macchina. Non sarei scappato, forse non sarei nemmeno rimasto fermo. Invece ero a casa. A via Rossini c’ero già passato, avevo finito di mangiare e stavo conversando con i miei in cucina. E contemporaneamente a poca distanza da me una persona moriva mentre noi continuavamo con le nostre vite, ignari. Beati. Read More

Untitled (part 2), aka un attimo prima dell’alba.


Il vento soffia forte e sembra spingermi avanti, verso qualcosa. Sono tante piccole dita che mi spintonano e premono e pungolano in punti diversi e in momenti diversi tanto che ho l’impressione di scompormi in mille piccoli pezzi, come i frutti del dente di leone. Sì, proprio quelli che appaiono come minuscoli fiorellini, le parti di un tutto, che fuggono alla prima folata di vento o al primo soffio umano. Il dente di leone, o “soffione”, si sgretola in tanti ciuffi bianchi leggeri come piume: sono i frutti che consentono il proseguimento della specie. Un paracadute e un capolino per viaggiare lontano e agevolare grazie al vento la dispersione del seme, assicurando la progenie al dente di leone. Io vorrei dissolvermi in tanti piccoli fiori e avere milioni di occhi per ogni parte di me trascinata via dalla brezza. Essere contemporaneamente in più posti e vedere i fiumi, le montagne, i vulcani e le isole. Avere un paracadute e planare dolcemente su una nuova terra. Essere un soffione e seguire la bussola del vento. Read More

Malinconia di fine Agosto (ore 14:14).


Stamattina mi sono svegliato alle prime luci di un pallido sole. Così pallido che il cielo era una patina chiara e indistinta e guardarlo dava quasi fastidio. Questo chiarore incerto lasciava presagire una giornata meno estiva delle altre, con temperature inferiori alle medie stagionali (sembro la signorina che annuncia le previsioni in TV, vero? Sigh.). Un timido autunno è forse già alle porte? A me l’autunno piace, mi piacciono tutte le stagioni in realtà perché comunque ognuna ha qualcosa di bello che mi colpisce o qualche particolarità, sono le transizioni dall’una all’altra a destabilizzarmi. Riabituarsi a nuovi ritmi, nuovi cicli sonno-veglia, nuovi spazi, persone che devi dimenticare, nuove persone, la routine che cambia. È una grande fatica per la mente e per il corpo che devono riacclimatarsi: sembra incredibile ma l’acclimatazione è un procedimento complesso e nemmeno troppo breve, in cui anche le condizioni meteo detengono un ruolo importante, influiscono sulle nostre capacità di adattamento e sul nostro umore.

La fine della stagione estiva mi rende un po’ malinconico: è la fine di Agosto che mi lascia un sapore nostalgico in bocca, a Settembre lo stato d’animo è già diverso. Agosto finito significa vacanze finite. Significa che hai bei ricordi di qualche viaggio (o brutti, dipende dalle circostanze), che però sei tornato a casa. Che anche se non sei partito per le vacanze estive non puoi più dormire fino a tardi, non puoi passare la nottata in spiaggia, non puoi più spararti una maratona di film nel pomeriggio. Stop tempo libero, stop libertà, stop dolce far niente, stop zero pensieri, riduzione della vita sociale. Oddio, detta così sembra una catastrofe, ma non lo è davvero. O forse sì? Adesso cento, mille, diecimila pensieri tornano ad affollare la mente, cose da organizzare, esami da preparare. Sarebbe bello partire di nuovo. Sono le persone a fare i viaggi, o sono i viaggi a fare le persone? Read More